L’inchiesta di Report era stata liquidata come un attacco mediatico. Oggi, a distanza di mesi, quelle stesse domande sono finite sul tavolo della magistratura. La Procura indaga sulle spese del Garante per la Privacy: rimborsi per viaggi, alberghi di lusso, cene e perfino servizi personali che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero poco a che vedere con le funzioni istituzionali.
Al centro dell’attenzione c’è il presidente Pasquale Stanzione, insieme ad altri membri del Collegio. Quando la trasmissione di Rai3 mise in fila presunti conflitti d’interesse legati alle sue attività accademiche e ad alcune assunzioni nell’ufficio dell’Authority, Stanzione respinse tutto: nessuna irregolarità, nessuna incompatibilità, nessun abuso. Una linea di chiusura totale che gli è costata critiche politiche e richieste di dimissioni, sempre respinte.
Oggi, però, lo scenario è cambiato. Le carte finite in Procura descrivono una gestione delle risorse pubbliche considerata “disinvolta”: rimborsi poco chiari, utilizzo di carte di credito istituzionali, spese che gli stessi uffici amministrativi avrebbero segnalato come non strettamente inerenti all’attività lavorativa. Non siamo alle sentenze, ma alle contestazioni preliminari. Eppure il quadro basta a scuotere un’Autorità che dovrebbe essere il presidio della legalità digitale.
Uno dei passaggi più delicati riguarda l’ex segretario generale Angelo Fanizza, rimasto in carica appena quattro mesi. La sua uscita di scena avvenne nel pieno dello scandalo interno legato al tentativo di individuare la presunta “talpa” che aveva fornito a Report documenti riservati. Un’operazione di verifica sulle mail dei dipendenti che, paradossalmente, fece gridare allo scandalo proprio in un ufficio nato per difendere la privacy.
La prima contestazione formale a Fanizza – ricordano fonti interne – fu firmata da Cosimo Comella, dirigente responsabile della transizione digitale e della sicurezza informatica del Garante. Un ruolo chiave in un momento in cui l’Authority era già sotto pressione mediatica e politica.
Nel frattempo Stanzione ha continuato a negare qualsiasi conflitto d’interessi. Una scelta che ora, osservano alcuni giuristi, rischia di trasformarsi in un boomerang: «Se hai escluso in modo categorico ogni incompatibilità, diventa difficile tirare fuori argomenti difensivi di quel tipo», commenta un suo conoscente di lunga data.
Attorno al nome di Comella è circolata anche una voce, ripresa in ambienti politici, legata al fatto che il suocero sia Sergio Mattarella, presidente della Repubblica e del Csm. Un dettaglio familiare che non ha alcun rilievo giuridico nell’inchiesta ma che qualcuno ha evocato impropriamente come possibile terreno di scontro. Tesi che gli stessi esperti definiscono priva di fondamento: l’ordinamento non prevede automatismi di ricusazione per legami parentali di questo tipo e nessuno, negli atti, ha mai sollevato un simile argomento.
Quel che conta, invece, è la sostanza delle accuse. La Procura vuole capire se i fondi dell’Autorità siano stati usati secondo le regole o piegati a esigenze private. Vuole verificare i contratti, i rimborsi, le procedure interne, le responsabilità individuali. Un lavoro lungo che potrebbe ridisegnare l’immagine di un’istituzione finora percepita come tecnica e lontana dalle polemiche.
Intanto il clima dentro l’ufficio resta teso. Molti dipendenti non hanno dimenticato la stagione dei sospetti e delle verifiche interne, vissuta come un atto di sfiducia collettiva. «Altro che tutela dei dati – racconta un funzionario – qui si è provato a violare la nostra privacy per coprire un problema politico».
Stanzione, dal canto suo, non ha mai fatto un passo indietro. Convinto di poter dimostrare la correttezza del proprio operato, ha scelto la linea della resistenza. Ma ora non si tratta più di un confronto televisivo o di un duello con l’opposizione: la partita si gioca davanti ai magistrati.
E se davvero dovessero emergere irregolarità gravi, per il vertice del Garante sarebbe difficile evitare l’epilogo che molti, a Roma, riassumono con due parole secche: game over.







