Le parole, in televisione, contano sempre. Ma contano ancora di più quando vengono scelte per non dire fino in fondo ciò che tutti hanno già capito. “Siamo in pausa”, ha spiegato Pier Silvio Berlusconi parlando di Striscia la notizia. Una formula garbata, aziendale, perfino rispettosa. E proprio per questo rivelatrice. Perché quando un programma che ha attraversato quasi quarant’anni di storia viene accompagnato alla porta con tanta cautela, il punto non è più il lessico: è la sostanza.
La notizia, in realtà, era nell’aria da settimane. O forse da mesi. Lo storico programma di Antonio Ricci, che per decenni ha abitato la fascia dell’access prime time e si è infilato nella cena degli italiani con la forza di un rito nazionale, era già apparso in evidente sofferenza. Non soltanto per gli ascolti, ma per qualcosa di più profondo: la sensazione che il suo linguaggio, il suo ritmo, il suo meccanismo narrativo non riuscissero più a esercitare la stessa presa su un pubblico cambiato, frammentato, meno disposto a riconoscersi in formule che per anni erano sembrate intoccabili.
Pier Silvio Berlusconi sceglie la pausa
Durante l’incontro con la stampa del 18 marzo, all’amministratore delegato di Mediaset è stato chiesto in modo diretto che cosa ne sarebbe stato del programma di Antonio Ricci. La risposta è arrivata senza strappi, con il tono di chi vuole tenere insieme due esigenze opposte: da una parte il rispetto per un marchio che ha fatto la storia dell’azienda, dall’altra la necessità di prendere atto di un presente molto meno glorioso.
Berlusconi ha parlato di coraggio, ha lodato il tentativo di rinnovamento, ha ricordato il peso di una trasmissione andata in onda per 38 anni. Ma proprio dentro quelle parole di apprezzamento si avvertiva un’aria da consuntivo. Come quando si chiude un lungo ciclo senza volerlo dire brutalmente. Il punto, infatti, è che nessuno ha pronunciato la parola “chiusura”, ma nessuno ha nemmeno dato l’idea che ci sia davvero un futuro già scritto per Striscia. E in televisione, si sa, quando non arriva una riconferma vera, spesso la sentenza è già stata emessa.
La pausa, dunque, sembra soprattutto una formula di accompagnamento. Un modo per lasciare aperta una porta teorica mentre, in pratica, si prende tempo per capire se ci sia davvero ancora qualcosa da salvare. O se invece l’operazione più sensata sia riconoscere che un’epoca si è conclusa.
La prima serata non ha salvato il programma di Antonio Ricci
La vicenda recente del programma racconta già tutto. Dopo 37 edizioni, Striscia la notizia non era tornata in onda a settembre come da tradizione. Un segnale pesante, perché quando un’abitudine televisiva così radicata salta il proprio appuntamento naturale significa che qualcosa si è incrinato in modo serio. Poi sono arrivati gli slittamenti, le attese, le ipotesi. Infine il rientro a gennaio, ma in una collocazione diversa: la prima serata di Canale 5.
L’operazione aveva una sua logica. Cambiare scenario, allungare la durata, inserire ospiti, ritoccare la confezione, moltiplicare alcuni elementi spettacolari. Il tentativo era chiaro: sottrarre Striscia al confronto più impietoso e offrirle uno spazio nuovo, forse più adatto a una rilettura del format. Ma il problema, evidentemente, non era soltanto l’orario. Era il programma stesso.
Perché Striscia la notizia, nel bene e nel male, è sempre stata figlia di una grammatica molto precisa. Le risate, i tormentoni, i personaggi, le gag, il tono da controinformazione pop, il meccanismo dello smascheramento. Cambiarla troppo avrebbe significato snaturarla. Cambiarla poco, invece, ha finito per lasciare in piedi quasi tutti i suoi limiti. Antonio Ricci ha scelto la seconda strada: piccoli aggiustamenti, nessuna rivoluzione. Una scelta coerente con la storia del programma, ma che non è bastata a invertire la rotta.
Dopo la curiosità iniziale, gli ascolti sono andati calando. E il dato dell’ultima puntata, appena sopra il 10 per cento con meno di un milione e mezzo di telespettatori, ha avuto il sapore freddo dei numeri che chiudono una discussione. In un sistema televisivo in cui il rendimento conta ancora moltissimo, quei risultati hanno reso difficile immaginare una nuova investitura.
Perché Striscia la notizia si è fermata davvero
Il punto più interessante, però, non riguarda solo la cronaca aziendale. Riguarda il destino dei programmi lunghissimi, quelli che superano la soglia dell’intrattenimento e diventano ambiente culturale. Per anni Striscia è stata esattamente questo: un pezzo di lessico comune, una fabbrica di espressioni, volti, figure, piccoli riti quotidiani. Ha saputo intercettare l’Italia delle truffe, dei furbi, delle inefficienze, delle indignazioni facili e delle rabbie popolari. Ha mischiato satira, denuncia, varietà, provocazione. E lo ha fatto con una potenza di penetrazione che oggi appare quasi irripetibile.
Ma proprio ciò che l’aveva resa fortissima è diventato, col tempo, anche il suo fardello. Il linguaggio si è logorato, il meccanismo si è ripetuto, la televisione è cambiata attorno al programma e il pubblico ha smesso di considerarlo centrale. Il problema non è stato solo l’arrivo di nuovi competitor, né soltanto la concorrenza dei pacchi di Stefano De Martino. Quello è stato semmai il sintomo più visibile. Il nodo vero è che Striscia ha smesso di sembrare necessaria.
Quando un programma vive quasi esclusivamente di sé stesso, della propria memoria, dei propri tic riconoscibili, prima o poi rischia di trasformarsi in un monumento più che in uno show vivo. E forse è questo che è accaduto. Non perché Antonio Ricci abbia perso il mestiere, ma perché nessun mestiere, da solo, basta a conservare eterno un meccanismo nato in un’altra televisione e in un altro Paese.
Pier Silvio Berlusconi, in questo senso, ha scelto la linea meno traumatica possibile. Nessuna rottura pubblica, nessun congedo spigoloso, nessuna frase che suonasse come uno sfratto. Solo rispetto, riconoscenza e una parola sospesa: pausa. Ma dentro quella pausa c’è tutto. C’è la prudenza dell’azienda, c’è il peso della storia, c’è la difficoltà di chiudere davvero con un marchio simbolico. E c’è anche, probabilmente, la consapevolezza che il tempo dei grandi automatismi televisivi non esiste più.
Se davvero questa sarà la fine di Striscia la notizia, non sarà una fine fragorosa. Sarà una chiusura morbida, quasi felpata, da grande classico accompagnato fuori con deferenza. Ma non per questo meno definitiva. Perché a volte la televisione non uccide i suoi simboli: li mette semplicemente in pausa, aspettando che sia il pubblico a capire da solo che non torneranno più come prima.







