“Terrore di Stato” a Minneapolis, Springsteen pubblica “Streets of Minneapolis” e mette l’ICE sul banco degli imputati

Bruce Springsteen

«L’ho scritta sabato, registrata ieri e la pubblico oggi in risposta al terrore di Stato che si sta abbattendo sulla città di Minneapolis». La dedica è esplicita: alla città, agli immigrati innocenti, alla memoria di Pretti e Good. Nessuna ambiguità, nessuna cautela lessicale.

Bruce Springsteen mette la firma su Streets of Minneapolis e la pubblica mercoledì 28 gennaio 2026 come un atto politico prima ancora che musicale. Non è un’uscita “di catalogo”, non è un singolo lanciato con settimane di preavviso: è una reazione a caldo, una risposta che nasce dentro la cronaca, quando le immagini e la rabbia sono ancora lì, senza sedativi.

Il centro del brano è Minneapolis, diventata in poche settimane il punto più infiammato dello scontro americano su immigrazione e potere federale. Il nome della città non è un pretesto poetico: è una scena del crimine, un luogo concreto in cui operazioni federali hanno prodotto morti, proteste, tensione permanente. Springsteen non gira attorno ai termini: nel testo attacca direttamente l’apparato di sicurezza, chiama in causa Department of Homeland Security e Immigration and Customs Enforcement, descrivendoli come un “esercito privato” al servizio del potere politico. Il ritornello mette un chiodo nel calendario: «nell’inverno del ’26 ricorderemo i nomi di chi è morto per le strade di Minneapolis».

Quei nomi sono Alex Pretti e Renee Good. Due cittadini statunitensi, entrambi trentasettenni, uccisi durante operazioni federali. La morte di Renee Good, poetessa e madre di tre figli, risale ai primi giorni di gennaio: viene colpita a morte da un agente dell’ICE mentre è al volante. Pochi giorni dopo, Minneapolis torna a esplodere per la morte di Alex Pretti. E qui la vicenda cambia passo, perché non resta confinata al rimpallo di dichiarazioni: la sequenza dell’uccisione finisce in video, e quel video diventa il documento che inchioda la storia.

Le immagini mostrano una scena che non lascia spazio a formule prudenti. Pretti viene fermato, circondato, e colpito ripetutamente. I colpi sono tanti, ravvicinati, insistiti, fino a diventare una raffica. Non è la dinamica confusa di un inseguimento finito male: è una scarica di violenza esercitata con superiorità numerica e controllo della situazione. È una morte ripresa, e proprio per questo diventa detonatore: perché quando la violenza è visibile, non si può più nasconderla dietro la burocrazia delle versioni.

È qui che Streets of Minneapolis smette di essere “una canzone di protesta” nel senso generico e torna a essere ciò che Springsteen sta dichiarando di fare: una risposta. L’urgenza sta nella tempistica – scritta sabato, registrata ieri, pubblicata oggi – ma soprattutto nell’intenzione: dire che quello che sta accadendo non è ordine pubblico, è abuso di potere. Per questo parla di “terrore di Stato”. Non è un’espressione da slogan: è un’accusa precisa, che sposta la discussione dal livello operativo a quello politico. Non è “un incidente”, è una linea. E quella linea, in questo racconto, passa sul corpo di due persone morte.

Il riferimento a Streets of Philadelphia è inevitabile, ma il parallelismo non è celebrativo: è strutturale. Anche lì una città diventava un simbolo. Qui però la distanza è azzerata. Non c’è mediazione, non c’è metafora di comodo: c’è un luogo, ci sono due morti, c’è un apparato federale, ci sono immagini che circolano e che incendiano la percezione pubblica. Il brano non “commenta” gli eventi: li attraversa. E li trasforma in un atto d’accusa che chiunque può capire, anche senza conoscere ogni passaggio tecnico dell’operazione.

L’uscita di Streets of Minneapolis arriva mentre negli Stati Uniti la discussione sul ruolo dell’ICE e del DHS torna a essere una battaglia identitaria. Da una parte c’è chi invoca sicurezza e controllo, dall’altra chi vede nelle operazioni federali un’escalation che scavalca comunità e autorità locali, crea paura, produce reazioni a catena. Minneapolis, in questo senso, è più di una città: è il laboratorio di un conflitto nazionale. Le proteste chiedono trasparenza, responsabilità, limiti. Le istituzioni federali difendono la legittimità dell’azione. In mezzo, restano i video, restano i nomi, resta l’effetto immediato di due morti ravvicinate.

Le reazioni al brano non potevano che essere divisive. Per alcuni è un gesto di solidarietà e di denuncia che dà voce a chi si sente schiacciato. Per altri è un intervento che “politicizza” un tema delicatissimo. Ma è proprio questa la sostanza: Streets of Minneapolis non prova a essere neutrale, e non vuole esserlo. Springsteen non sta cercando il punto di equilibrio, sta scegliendo un lato e sta dicendo che la forza dello Stato, quando diventa incontrollata e letale, non è più sicurezza: è dominio.

Il messaggio finale – «Restate liberi» – non suona come retorica. Suona come avvertimento. Perché quando una città vede due persone uccise in operazioni federali e una di quelle morti viene ripresa e diffusa ovunque, la questione non è più soltanto Minneapolis. È l’idea stessa di limite: quanto può spingersi il potere, quanta violenza può esercitare, e quanto a lungo può pretendere che il Paese la chiami “normalità”.