Toccate tutto, ma non la Santanchè: perché la ministra è intoccabile

Ministra Santanchè in Aula

È inamovibile. Intoccabile. Difesa a spada tratta nientemeno che dal presidente del Senato La Russa e dalla presidente del Consiglio.

Ormai l’onestà non conta più nulla. Non è più un requisito per governare. Roba da sfigati. In questa stagione politica, più emergono ombre, più si resta incollati alla poltrona. Quasi fosse una medaglia al valore.

Il governo Meloni, su questo, offre un esempio esemplare. La ministra del Turismo, Daniela Santanchè, continua a restare al suo posto mentre le vicende giudiziarie che la riguardano si moltiplicano.

È indagata a Milano per un’ulteriore ipotesi di bancarotta legata al fallimento di Bioera, società del gruppo biofood di cui è stata presidente fino al 2021. Nella sentenza di liquidazione si parla di un passivo di circa 8 milioni di euro. Gli avvocati affermano che non avrebbe ancora ricevuto alcuna notifica e ricordano che aveva lasciato la carica senza deleghe.

Ma non è l’unico fronte. Alla Procura di Milano è arrivata la relazione del liquidatore di Ki Group srl; è stato aperto un nuovo fascicolo per bancarotta che vede iscritti la ministra e l’ex compagno Canio Mazzaro. A giugno è fallita anche Ki Group Holding spa, con possibili ulteriori sviluppi giudiziari. I tre filoni potrebbero essere riuniti.

Questa inchiesta si aggiunge ad altre vicende già in corso da anni. La ministra resta al suo posto nonostante risulti indagata da tempo anche per truffa ai danni dell’INPS e per falso in bilancio.

Naturalmente vale la presunzione di innocenza. Ma qui il nodo è politico, non giudiziario. Se sei nelle istituzioni, se governi il paese, una regione, un comune, devi essere onesto, pulito e trasparente. Diversamente ti devi fare da parte, devi affrontare il processo, non fare di tutto per sfuggire dal processo.

La domanda è semplice: quando chi ricopre un incarico pubblico, pagato con denaro pubblico e chiamato a rappresentare le istituzioni, ritiene di dover fare un passo indietro? Cosa deve accadere perché prevalga il senso delle istituzioni sull’attaccamento alla carica?

Che idea di Stato stiamo costruendo? Un Paese in cui l’etica pubblica è un principio, o un fastidio?

L’impressione è che la vergogna pubblica non sia più un argine. Si può restare, sempre.

Ma una democrazia non si misura dalla capacità di resistere. Si misura dalla credibilità delle sue istituzioni.

E la credibilità, senza etica pubblica, si consuma.

Il paese crolla, i cittadini si rifugiano nell’astensionismo, la democrazia diventa vuota e inconsistente. 

Tacco Di Ghino