Un poliziotto a Temptation Island senza permesso, Pisani lo licenzia: il Tar lo riammette e ora chiede a Mediaset la verità sulla puntata “incriminata”

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La divisa, in teoria, non entra in un reality. In pratica, a volte entra eccome: basta accendere la tv e scoprire che tra falò, confessionali e tentazioni ci sei finito anche tu. Non come spettatore, però. Come protagonista.

È la scena che avrebbe acceso il caso finito ora davanti al Tar del Lazio: un assistente capo coordinatore della Polizia di Stato, insieme alla fidanzata, partecipa all’edizione estiva 2024 di Temptation Island, andata in onda su Canale 5, senza la necessaria autorizzazione. La partecipazione non passa inosservata ai vertici e la vicenda diventa rapidamente disciplinare. A firmare il provvedimento di “decadenza dall’impiego” è il capo della Polizia, Vittorio Pisani: licenziamento secco, con un elemento aggravante che per l’Amministrazione pesa come un macigno, perché qui non si discute solo della comparsata televisiva, ma del fatto che – una volta scoperto – all’agente viene intimato di fermarsi.

La diffida arriva il 28 agosto 2024. Il messaggio è netto: “astenersi da qualsiasi ulteriore partecipazione al programma”. Un avvertimento formale che, nelle intenzioni della Polizia, avrebbe dovuto chiudere la partita. Invece la riapre. Perché, poche settimane dopo, il poliziotto ricompare anche nell’edizione autunnale del reality. Ed è proprio qui che scatta lo scontro vero: non più tra “tv sì” e “tv no”, ma tra due versioni inconciliabili su cosa sia davvero accaduto.

Secondo la linea dei superiori, quella presenza successiva equivale a una recidiva: dopo la diffida, l’agente sarebbe tornato in scena, violando un ordine esplicito. Tradotto: non un errore, ma un’insistenza. E quindi la procedura disciplinare procede fino all’atto finale, con il parere del Consiglio di amministrazione per il personale della Polizia di Stato e la decadenza dall’impiego.

Secondo la difesa dell’agente, invece, la storia sarebbe diversa e anche più sottile: dopo la diffida, sostiene, non ci sarebbe stata alcuna nuova partecipazione. La comparsa nella stagione autunnale sarebbe stata solo apparente, perché quella puntata sarebbe andata in onda con immagini registrate durante l’estate, quindi prima della diffida stessa. In altre parole: non un ritorno sul set, ma un montaggio tardivo, una scelta editoriale, un “secondo passaggio” di materiale già girato quando l’agente non aveva ancora ricevuto lo stop formale.

È su questo crinale che il Tar del Lazio entra in scena e, almeno per ora, cambia le carte. I giudici amministrativi hanno sospeso in via cautelare e provvisoria il licenziamento, disponendo la riammissione in servizio dell’agente. Una misura temporanea, che non assolve e non condanna, ma congela gli effetti del provvedimento in attesa della decisione di merito.

E qui arriva il dettaglio più significativo, perché illumina il punto cieco dell’intera vicenda: per stabilire se l’agente abbia davvero “disobbedito” dopo la diffida, serve una prova oggettiva su date, registrazioni, presenza fisica, lavorazione del programma. Per questo il Tar ha chiesto alla Polizia di Stato una relazione dettagliata su tutti i fatti. Ma non solo: ha anche chiesto al poliziotto di produrre una dichiarazione giurata del responsabile del programma Mediaset, chiamato di fatto a chiarire un aspetto che per il giudizio è decisivo. Quella puntata dell’edizione autunnale conteneva materiale girato prima della diffida oppure c’è stata una partecipazione effettiva, successiva, nonostante l’ordine di fermarsi?

La risposta non è un tecnicismo televisivo. È il cuore della legittimità del licenziamento. Se la presenza autunnale fosse solo il riutilizzo di immagini estive, l’accusa di “ulteriore partecipazione” dopo la diffida perderebbe peso, o quantomeno cambierebbe prospettiva. Se invece emergesse una presenza reale, successiva alla diffida, la posizione dell’Amministrazione risulterebbe rafforzata e l’agente si troverebbe a difendersi non da un singolo episodio, ma da un comportamento ritenuto incompatibile con l’ordine ricevuto.

Nel frattempo, la fotografia del caso resta quella di un cortocircuito tutto italiano: l’agente scoperto “per caso”, i superiori che lo vedono in tv “accendendo la televisione”, la disciplina che si scontra con un prodotto d’intrattenimento costruito per trasformare chiunque in un personaggio. E la giustizia amministrativa chiamata a rispondere a una domanda che sembra banale ma non lo è: dove finisce la vita privata e dove comincia il dovere di servizio, quando la notorietà diventa parte del problema?

Il giudizio di merito è fissato per il 24 marzo. Fino ad allora l’agente resta riammesso in servizio per effetto della sospensione cautelare, ma la partita vera si giocherà sulle carte richieste dal Tar: la relazione completa dell’Amministrazione e, soprattutto, quella dichiarazione giurata da Mediaset, chiamata a dire se la “puntata autunnale” sia stata una semplice coda di materiale estivo o il segnale, per l’Amministrazione, che la diffida non era servita a nulla.