Capire davvero che cosa non funziona nel calcio giovanile richiede, prima di tutto, uno sguardo che venga da dentro. Mio figlio gioca nell’Under 17 Élite in Calabria, a Trebisacce, e seguire da vicino allenamenti, partite, spogliatoi e bordo campo significa assistere quotidianamente a dinamiche che vanno ben oltre il risultato sportivo. È da questa esperienza concreta, vissuta non da osservatore occasionale ma da genitore coinvolto, che nasce l’esigenza di interrogarsi sul senso profondo di ciò che chiamiamo “formazione calcistica”. Perché quando il campo smette di essere un luogo di crescita e diventa una replica in miniatura del professionismo peggiore, allora non è più in gioco una stagione o una classifica, ma il modo stesso in cui stiamo educando.
Il fallimento del calcio giovanile non è soltanto il risultato di singole storture o di episodi isolati, ma il sintomo di una deriva più profonda e strutturale. Allenatori di squadre composte da ragazzi di sedici anni che mirano esclusivamente al risultato, toni sempre più esasperati di dirigenti, genitori sugli spalti e persino degli stessi ragazzi: tutto concorre a mostrare come il calcio giovanile abbia progressivamente perso di vista il fine che dovrebbe avere, rinunciando persino alla propria funzione educativa. È diventato un istituto all’interno del quale prevalgono esercizi di potere tipici di una civiltà schiava della logica di chi vuole emergere a tutti i costi, di chi ha rinunciato a comprendere i ragazzi, di chi si serve esclusivamente di giudizi affrettati, preconfezionati. Il calciatore in erba, così come il bambino o l’adolescente con il suo portato di sogni, desideri e anche di errori, non è più al centro di un movimento che mira soltanto al proprio mantenimento, al proprio sostentamento.
Il punto è che il calcio giovanile avrebbe dovuto essere – e per lungo tempo è stato – uno spazio di mediazione tra disciplina e libertà, tra regola e immaginazione, tra competizione e rispetto. Un luogo imperfetto ma vitale, in cui si imparava a perdere prima ancora che a vincere, a stare in gruppo prima che a emergere, a riconoscere l’autorità senza subirla. Oggi tutto questo sembra evaporato. Al suo posto resta una caricatura del calcio professionistico, replicata in scala ridotta e con effetti spesso devastanti su ragazzi che non hanno né gli strumenti emotivi né la maturità per reggerne la pressione.
La retorica del talento precoce ha contribuito a deformare ulteriormente il quadro. A dodici, tredici, quattordici anni si chiede già di essere performanti, continui, affidabili, come se l’errore fosse una colpa e non una fase necessaria della crescita. Chi sbaglia troppo gioca meno, chi non rientra subito nei canoni viene messo ai margini, etichettato, talvolta umiliato. In questo modo non si selezionano i migliori: si selezionano i più docili, i più adattabili, quelli che imparano in fretta a non disturbare l’ordine che ci siamo costituiti.
Anche il ruolo degli adulti merita una riflessione severa. Allenatori spesso impreparati sul piano pedagogico, dirigenti ossessionati dalla classifica, genitori che proiettano sui figli ambizioni irrisolte o frustrazioni personali: tutti concorrono a creare un ambiente in cui il ragazzo è l’ultimo soggetto tutelato. Si parla molto di “valori dello sport”, ma raramente li si pratica. E quando emergono comportamenti aggressivi, verbali o fisici, si preferisce liquidarli come eccessi emotivi, anziché riconoscerli come il prodotto coerente di un sistema malato.
Il paradosso è evidente: nel tentativo di costruire campioni o di vincere il campionato, si smarriscono le persone. E senza persone, senza individui consapevoli e sereni, non nascono nemmeno calciatori. Il fallimento del calcio giovanile non è dunque tecnico né organizzativo, ma culturale. È il riflesso di una società che fatica ad accettare i tempi lunghi della formazione, che confonde il successo con la visibilità e la crescita con il risultato immediato.
Ripensare il calcio giovanile significa allora rimettere al centro l’educazione, anche a costo di rinunciare a qualche vittoria nel fine settimana. Significa formare allenatori che sappiano ascoltare, proteggere, spiegare. Significa restituire al gioco la sua funzione primaria: essere uno spazio di esperienza, di relazione, di divertimento, di scoperta di sé e degli altri. Se il calcio italiano saprà o meno risollevarsi è questione francamente secondaria. Quello che conta davvero è decidere se siamo ancora disposti a prenderci cura dei ragazzi o se preferiamo continuare a usarli come mezzi per tenere in piedi un sistema che ha già dimostrato, ampiamente, il proprio fallimento.
Alessandro Gaudio







