Uno (non) vale uno: dialogo a due voci sull’uguaglianza, il populismo e la responsabilità della democrazia

È cominciato in un pomeriggio qualunque, di quelli che sembrano non voler finire mai. Fuori pioveva senza convinzione, una pioggia ostinata e grigia, più stanca che violenta. In un bar qualunque, qualche parola detta senza l’intenzione di farne un discorso. Nessun programma, nessuna tesi da difendere. Solo una frase, buttata lì quasi per scherzo, come accade alle cose che poi restano: “uno vale uno”.

Ci siamo guardati un istante, come si fa quando una formula troppo semplice pretende di spiegare troppo. E la chiacchierata, lentamente, ha smesso di essere leggera. Non per alzare la voce, ma per abbassarla. Perché ci sono idee che non reggono l’urlo, ma resistono al silenzio. Abbiamo iniziato a girarci attorno, a scomporle, a pesarle. Non per demolirle per partito preso, ma perché qualcosa, in quelle parole, non tornava. Un attrito sottile tra il linguaggio e la realtà.

Parlavamo di politica, certo. Ma anche di scuola, di lavoro, di responsabilità. Di fatica. Di quella sensazione diffusa che oggi sembri quasi sconveniente distinguere, misurare, pretendere. Come se la democrazia fosse diventata una forma di pudore: meglio non dire, meglio non valutare, meglio non scontentare. Eppure, mentre fuori la pioggia continuava a cadere uguale su tutto, diventava sempre più chiaro che l’uguaglianza vera non è mai uniforme. Non lo è nella vita, non lo è nella società, non lo è nella storia.

Questo articolo nasce così: come un dialogo a due voci su uno slogan che ha segnato l’immaginario politico dell’ultimo decennio. La prima voce ne smonta l’impianto concettuale e morale, mostrando come l’uguaglianza aritmetica, quando diventa ideologia, finisca per negare le differenze e impoverire la civiltà. La seconda ne interroga le conseguenze politiche e storiche, chiamando in causa la sinistra e la sua responsabilità: difendere l’uguaglianza senza trasformarla in alibi, emancipare senza livellare, restituire al popolo strumenti, non scorciatoie.

Non è una riflessione contro qualcuno, ma contro qualcosa: l’idea che la democrazia possa ridursi a una somma di opinioni indifferenziate, e che la giustizia consista nel non distinguere più. Perché quando tutto vale allo stesso modo, non tutto conta allo stesso modo. E il potere, anche allora, trova sempre il modo di farsi valere.

“Uno vale uno”, è uno slogan che, esercita il fascino ipnotico delle verità ovvie e, proprio per questo, si sottrae con abilità al vaglio critico. Ma basterebbe sostare un istante sulla soglia della realtà per accorgersi che quell’equazione non torna, che il conto non quadra, che l’operazione è viziata alla radice da un errore concettuale tanto elementare quanto devastante.

Politicamente, “uno vale uno” ha funzionato come livella retorica. Si tratta del principio della pialla universale: ciò che eccede va limato, ciò che si distingue va sospettato, ciò che emerge va ricondotto all’anonimato del numero. È una sua caricatura plebiscitaria. È moltiplicazione seriale dell’opinione non mediata, elevata a criterio assoluto solo perché reiterata. La quantità, insomma, scambiata per qualità. Vecchio trucco, nuova confezione.

Sul piano sociale, etico e morale, l’assunto rivela tutta la sua fragilità, anzi la sua pericolosa mendacità. L’idea che tutti siano uguali è moralmente pigra. Presuppone che l’uomo sia una monade intercambiabile, un’entità fungibile, un atomo sociale privo di spessore, di storia, di fatica, di responsabilità. E invece no: gli esseri umani sono diseguali per talento, per intelligenza, per disciplina, per dedizione, per capacità di sacrificio. Negarlo è un esercizio di autoindulgenza collettiva.

Non tutti sanno scrivere, non tutti sanno pensare, non tutti sanno fare. Non tutti sono capaci di reggere il peso di una decisione, di una competenza, di una responsabilità. Non tutti hanno la stessa attitudine al vero, al bello, al giusto. L’uguaglianza dei diritti – sacrosanta, irrinunciabile – non implica affatto l’uguaglianza delle qualità. Confondere le due cose è un errore categoriale.

Dire che “uno vale uno” significa sostenere, implicitamente, che il merito sia una superstizione elitaria, che l’eccellenza sia un fastidio antisociale, che la bravura sia una colpa da scontare con l’ostracismo. È il trionfo dell’egualitarismo livido, quello che non mira a elevare gli ultimi, ma a trascinare i migliori nel fango rassicurante della mediocrità condivisa. Una società che si racconta così finisce per premiare non chi studia, non chi lavora meglio, non chi rischia, ma chi urla di più, chi semplifica, chi riduce il mondo a slogan digeribili.

Basterebbe immaginare un chirurgo scelto per sorteggio. Un musicista nominato per acclamazione. Un giudice selezionato in base al numero di “like” sui social. Uno vale uno, appunto. Peccato che poi, davanti al bisturi, alla partitura musicale o alla sentenza giudiziaria, l’aritmetica populista si dissolva nel sangue, nella stonatura, nell’ingiustizia. La realtà è crudele, sì, ma anche irriducibilmente differenziale.

Eticamente, l’idea dell’uguaglianza assoluta deresponsabilizza. Se siamo tutti uguali, nessuno è davvero colpevole, nessuno è davvero responsabile, nessuno è davvero chiamato a migliorarsi. È l’etica del “così fan tutti” elevata a sistema filosofico. Moralmente, è una resa: l’abdicazione dell’individuo alla fatica del diventare, del superarsi, del meritare.

No, uno non vale uno. Uno è diverso da uno, irripetibile, diseguale, talvolta migliore, talvolta peggiore. La civiltà non nasce dall’illusione dell’uguaglianza totale, ma dal riconoscimento delle differenze e dalla capacità di governarle con giustizia. Il resto è slogan: rumore di fondo, consolazione per chi confonde l’eguaglianza con l’alibi e la democrazia con la somma aritmetica delle rinunce.

C’è un equivoco che la sinistra non può più permettersi di ignorare. Scambiare l’uguaglianza per livellamento. Confondere l’emancipazione con l’assoluzione. Accettare, magari in silenzio, l’idea che dire “uno vale uno” significhi stare automaticamente dalla parte degli ultimi. Non è così. Non lo è mai stato.

La sinistra nasce per spezzare i destini, non per negare le differenze. Nasce per garantire a tutti l’accesso agli strumenti che permettono di crescere, non per fingere che la crescita non sia necessaria. L’uguaglianza dei diritti è il punto di partenza, non il punto di arrivo. Trasformarla in un’uguaglianza delle capacità, delle competenze, delle responsabilità significa svuotarla di senso. E, paradossalmente, tradirla.

“Uno vale uno” ha avuto successo non perché abbia restituito potere al popolo, ma perché ha intercettato una stanchezza profonda. La stanchezza di migliorarsi. La fatica di studiare. Il peso della competenza. Il rischio del fallimento. È uno slogan che non chiede di salire, ma di fermarsi. Che non promette emancipazione, ma sollievo. Non dice “puoi diventare di più”, ma “sei già abbastanza, così come sei”. Ed è proprio questa la sua pericolosa seduzione.

Il populismo ama presentarsi come la voce degli ultimi. In realtà è spesso la loro resa preventiva. Dove tutto vale allo stesso modo, non si riducono le disuguaglianze: si congelano. Il potere non scompare, semplicemente cambia maschera. Rimane nelle stesse mani, mentre al resto viene concesso il conforto simbolico dell’opinione. Un conforto sterile, che non produce trasformazione, ma solo rumore.

La sinistra, storicamente, ha avuto un’altra ambizione. Non ha mai detto che tutti sanno tutto, ma che tutti devono poter imparare. Non ha mai negato il merito, ha lottato perché non fosse un privilegio. Ha sempre saputo che senza scuola, senza formazione, senza organizzazione del sapere, il popolo non diventa sovrano: diventa manovrabile. E una democrazia senza competenza non è più democrazia popolare, ma una maggioranza intermittente pronta a essere guidata.

Dire che “uno vale uno” significa anche svuotare la responsabilità. Se siamo tutti uguali in tutto, nessuno è davvero chiamato a rispondere. Né delle proprie scelte, né dei propri limiti. È l’etica del “così fan tutti” elevata a sistema politico. Una società che funziona così non emancipa: anestetizza. Non costruisce futuro: lo consuma.

La sinistra non dovrebbe mai temere il merito, perché il merito non è privilegio quando è reso accessibile. Temere il merito significa aver già rinunciato all’idea di emancipazione. Significa accettare che il popolo resti fermo, purché si senta rassicurato. Ma una sinistra che rinuncia a far crescere non governa il futuro: lo subisce.

L’uguaglianza vera non cancella le differenze. Le attraversa, le organizza, le rende giuste. Senza questo lavoro faticoso, senza scuola, senza sapere, senza responsabilità, l’uguaglianza diventa solo una parola gentile per dire rinuncia.

Una società che smette di distinguere non diventa più giusta. Diventa solo più facile da governare. E quando tutti “valgono uno”, c’è sempre qualcuno che vale tutto.

di Ernesto Mastroianni e Francesco Vilotta