Vent’anni dopo Torino, l’Italia riaccende il braciere: Milano-Cortina parte oggi e si gioca tutto tra medaglie, identità e “eredità” vera

Olimpiadi Milano-Cortina 2026 – Figure Skating. In foto: Utana Yoshida e Masaya Morita dal Giappone

L’Olimpiade siamo noi. È una frase che di solito suona bene in un discorso e poi finisce archiviata tra le buone intenzioni, come certe promesse che si fanno a gennaio e si dimenticano a febbraio. Stavolta no. Stavolta i Giochi non sono un appuntamento lontano da guardare con la coperta sulle ginocchia e il telecomando in mano: sono qui, tra le nostre case, nelle stazioni, sulle strade che portano in montagna, nei luoghi che abbiamo discusso, criticato, difeso, temuto. E in quella fiaccola che ieri ha raggiunto piazza Duomo a Milano, come un promemoria luminoso che non concede scuse: adesso si comincia davvero.

Vent’anni dopo Torino 2006 l’Italia torna a ospitare le Olimpiadi Invernali. Vent’anni non sono un intervallo neutro. Sono una generazione sportiva. Significa che molti ragazzi che oggi inseguono una medaglia erano bambini, o non erano ancora nati, quando l’ultimo braciere si accese. In mezzo, lo sport è cambiato e siamo cambiati noi: più veloci nel giudicare, più esigenti sull’organizzazione, più impazienti verso gli inciampi, più affamati di storie che stiano in piedi anche oltre il risultato. Milano-Cortina nasce dentro questo tempo e dentro questa pressione: un’Olimpiade “di casa” non ti perdona né i ritardi né le narrazioni comode.

Quando un Paese organizza un’Olimpiade non costruisce soltanto piste, villaggi e tribune. Costruisce un racconto collettivo di sé e lo espone al giudizio del mondo. A volte perfino alle sue caricature: i giornali americani che scoprono con stupore che l’Italia è anche quella che parla tedesco e beve birra fanno sorridere, certo, ma dicono qualcosa di serio. Ci ricordano che siamo più complessi di come ci immaginiamo e che, se vogliamo essere credibili, dobbiamo saper tenere insieme differenze senza trasformarle in un problema o, peggio, in una scusa.

Le Olimpiadi che iniziano oggi sono italiane per geografia, perché sono diffuse. Sono milanesi per cabina di regia, perché la città è il perno di un’organizzazione che deve essere moderna, leggibile, puntuale. Sono alpine per radici, perché senza le montagne tutto questo sarebbe solo uno slogan ben confezionato. Ed è europea per vocazione, perché parla di territori che collaborano, di identità forti che non si annullano ma convivono. Mettere insieme tutto questo è la scommessa. E per riuscirci serve la cosa più rara in Italia: fare squadra quando gli interessi locali spingono a fare ciascuno per sé.

I numeri ricordano che parliamo di un evento globale: 3.500 atleti ai blocchi di partenza, 3 miliardi di spettatori davanti alla tv, un indotto stimato in 5,3 miliardi. È la dimensione del circo mediatico e logistico che arriva in casa tua e non ti chiede permesso: ti osserva, ti misura, ti confronta con standard internazionali che non si commuovono di fronte alle “eccezioni” italiane. Ma i numeri da soli non fanno una grande Olimpiade. La fanno due capacità: funzionare e lasciare qualcosa. Perché i Giochi rappresentano l’orgoglio di un Paese solo se reggono alla prova più crudele, quella della realtà quotidiana. Non basta ospitare il mondo. Bisogna convincerlo. Convincerlo con l’organizzazione, con la bellezza dei luoghi, con l’efficienza dei servizi, con la precisione dei trasporti, con la chiarezza delle regole, con l’idea che dietro l’evento ci sia una visione e non soltanto un calendario.

E poi c’è lo sport, che è la verità quando la scenografia si ritira. Quando le cerimonie finiscono e i potenti lasciano le tribune, restano le gare, le medaglie, le cadute, le rinascite, i dettagli tecnici che decidono un destino in un centesimo. È lì che l’Italia si gioca anche la sua credibilità futura: concentrare le migliori energie nazionali sui Giochi non è retorica, è strategia. Vuol dire preparare atleti, allenatori, staff, strutture. Vuol dire creare condizioni perché il talento non si disperda in mille rivoli, perché la fatica non diventi solitudine, perché la differenza tra un podio e un “quasi” non sia soltanto una questione di fortuna.

Sull’orizzonte di Milano-Cortina c’è un obiettivo che suona come una sfida e come una promessa: sfondare il muro delle 20 medaglie. È un numero che fa tornare alla memoria l’ultimo grande picco azzurro di 32 anni fa e che misura il coraggio di ambire a qualcosa di più di una bella figura. Superarlo non sarebbe soltanto una soddisfazione statistica. Sarebbe la prova che lavoro tecnico, investimenti e spinta emotiva dei Giochi in casa hanno prodotto un salto reale. Le stelle azzurre sono pronte e hanno nomi che parlano da soli: da Arianna Fontana a Federico Pellegrino, da Michela Moioli a Tommaso Giacomel. Ciascuno con la propria disciplina, ciascuno con la propria ossessione: quella manciata di secondi in cui tutto si decide e non c’è un alibi che tenga.

Negli ultimi anni, grazie ai risultati italiani, discipline che un tempo erano nicchie da appassionati hanno smesso di esserlo. È successo con lo sci femminile: Sofia Goggia e Federica Brignone non sono più soltanto grandi atlete, sono diventate volti familiari, un pezzo di identità popolare. È successo con lo snowboard e il freestyle, che parlano il linguaggio delle nuove generazioni e chiedono al pubblico di cambiare ritmo e sguardo. È successo con il curling, entrato nelle case degli italiani quasi di sorpresa, e con il pattinaggio di figura e lo short track, dove tecnica e spettacolo si inseguono fino a confondersi. Funziona così: le Olimpiadi trasformano sport poco frequentati in passioni collettive, perché hanno una narrazione unica, capace di unire l’epica della competizione con l’intimità delle storie.

Ogni atleta porta con sé un viaggio fatto di sacrifici, di sconfitte silenziose, di albe al freddo, di cadute che sembrano definitive. Quando quel viaggio arriva sul palcoscenico olimpico, diventa patrimonio di tutti: lo guardi e, per qualche minuto, ti sembra che il limite sia un oggetto negoziabile. Ed è anche qui che si misura la vera riuscita di un’Olimpiade: nella capacità di trasformare un evento in un progetto, un picco emotivo in un’onda lunga. Perché l’eredità non è una parola da comunicato. È un bilancio che si fa dopo, quando i riflettori si spostano altrove.

L’eredità vera non si misura solo nel medagliere. Si misura in ciò che resta quando l’attenzione si abbassa: impianti utilizzabili e non cattedrali nel gelo, competenze organizzative che non evaporano, volontariato che non si spegne con l’ultima gara, scuole e società sportive che riescono a intercettare un entusiasmo nuovo. Se dopo Milano-Cortina aumenteranno i praticanti, se nasceranno nuovi campioni, se lo sport entrerà ancora di più nella vita quotidiana, allora il lascito sarà reale. E convincente. Se invece tutto si chiuderà in un album di foto e celebrazioni, sarà stato soltanto un grande spettacolo ben recitato.

Alla fine, però, c’è sempre una domanda che pesa più delle altre: sappiamo reggere un evento di questa grandezza senza farci male da soli? Le Olimpiadi arrivano come una metafora che non fa sconti. Parlano di limite, merito, fatica, uguaglianza delle regole e disuguaglianza dei talenti. Lo sport affronta questi temi con il corpo, la politica con le leggi, i territori con la loro capacità di lavorare insieme. Ora che i Giochi iniziano davvero, con l’Italia al centro del palcoscenico, la prova non è nelle dichiarazioni ma nei fatti. Il resto arriverà in tempo reale, tra un centesimo guadagnato, una curva sbagliata, un podio inatteso, un abbraccio in zona mista e quel momento raro in cui un Paese, anche solo per un istante, si ritrova dentro la stessa storia.