All’orrore non c’è limite. Cecchini a Sarajevo, indagato per omicidio un ottantenne: «Si vantava di fare la caccia all’uomo»

Aula di Tribunale

All’orrore non c’è limite. E, a distanza di oltre trent’anni, la giustizia italiana torna a interrogare una delle accuse più sconvolgenti legate all’assedio di Sarajevo: quella dei cosiddetti “cecchini del weekend”, uomini che pagavano per andare a uccidere civili come in una macabra battuta di caccia.

C’è un indagato per omicidio volontario continuato e aggravato. È un ottantenne, ex autotrasportatore, residente in provincia di Pordenone, convocato per un interrogatorio fissato a lunedì prossimo. L’inchiesta è condotta dal Ros dei carabinieri e coordinata dal pm Alessandro Gobbis della Procura di Milano, guidata da Marcello Viola.

Secondo quanto emerge dagli atti, l’uomo sarebbe stato perquisito nelle scorse ore: nella sua abitazione gli investigatori hanno trovato sette armi regolarmente detenute – due pistole, una carabina e quattro fucili. Un arsenale che, per gli inquirenti, si inserisce in un quadro accusatorio costruito soprattutto sulle testimonianze raccolte negli ultimi mesi.

Più persone avrebbero raccontato che l’80enne, all’epoca dipendente di un’azienda metalmeccanica, si vantava di andare «a fare la caccia all’uomo» nella Sarajevo assediata dai serbo-bosniaci tra il 1992 e il 1995. Frasi messe a verbale che hanno portato gli investigatori a identificarlo e a iscriverlo nel registro degli indagati per una pluralità di episodi di omicidio.

Nell’ipotesi della Procura di Milano, l’uomo avrebbe agito «in concorso con altre persone allo stato ignote», nell’ambito di un «medesimo disegno criminoso», causando la morte di civili inermi «sparando con fucili di precisione dalle colline situate intorno alla città di Sarajevo». Un reato aggravato dai «motivi abietti», che colloca quei delitti nella dimensione più feroce e gratuita della violenza di guerra.

L’indagine nasce da un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Nel documento sono riportate anche le dichiarazioni dell’ex 007 dell’intelligence bosniaca Edin Subasic, che ha riferito di contatti avuti all’epoca con il Sismi.

Secondo Subasic, già all’inizio del 1994 i servizi bosniaci avrebbero informato quelli italiani dell’esistenza di “tiratori turistici” in partenza da Trieste. E sempre stando al racconto dell’ex agente, i servizi italiani avrebbero poi “interrotto” quei safari di morte. Subasic ha parlato anche di possibili documenti conservati sulle interlocuzioni tra 007 bosniaci e italiani, con tanto di identificazioni dei presunti assassini.

Gli inquirenti milanesi hanno attivato canali internazionali, compreso quello con la Procura del Meccanismo Residuale per i Tribunali Penali Internazionali, per acquisire atti e riscontri. Parallelamente, si lavora per verificare l’esistenza di documentazione del Sismi, oggi Aisi. Nelle denunce presentate in passato dall’ex sindaca di Sarajevo, Benjamina Karic, venivano indicati almeno cinque nomi di persone che avevano parlato della vicenda nel documentario Sarajevo Safari del 2022, diretto da Miran Zupancic.

Tra gli atti compare anche il racconto di un soldato serbo catturato, che avrebbe riferito a Subasic di aver assistito in prima persona al trasporto di uno dei “cacciatori”. Un teste oculare che parlò di italiani arrivati da Milano, Torino e Trieste. Un mosaico di testimonianze che, pezzo dopo pezzo, sta ricomponendo una storia che per anni è rimasta sospesa tra voci, vergogna e rimozione.

Nei mesi scorsi il giornalista investigativo croato Domagoj Margetic aveva annunciato una denuncia anche contro il presidente serbo Aleksandar Vucic, sostenendo che all’epoca, da giovane volontario, sarebbe stato presente in una delle postazioni militari attorno a Sarajevo. Un filone che resta sullo sfondo ma che conferma quanto l’inchiesta milanese tocchi nervi ancora scoperti nei Balcani e in Europa.

Ora la parola passa agli interrogatori e agli atti. Ma una cosa è già chiara: se quelle accuse troveranno conferma, non si parlerà solo di crimini di guerra, bensì di una discesa nell’abisso, dove la violenza diventa intrattenimento e l’uccisione di civili un trofeo da raccontare, anni dopo, con inquietante leggerezza.