C’è un confine che non dovrebbe mai essere superato, nemmeno per un regolamento, nemmeno per un biglietto, nemmeno per la mania di trasformare ogni tratta in un pedaggio “speciale”. È il confine dell’umanità minima. E qui, lungo la statale tra Vodo di Cadore e San Vito, quel confine sarebbe stato oltrepassato con una disinvoltura che fa male: un undicenne fatto scendere dal pullman perché sprovvisto del biglietto “olimpico” da 10 euro e costretto a camminare per sei chilometri nella neve, con temperatura sotto zero.
La vicenda, avvenuta martedì, ha smesso in poche ore di essere cronaca locale. È diventata un caso politico e giudiziario, perché la scena è intollerabile in sé: un bambino senza cellulare, lasciato a terra, mentre il mezzo riparte. E poi è diventata intollerabile due volte, quando è emerso che il ragazzino non era “senza biglietto”: aveva con sé un carnet di titoli ordinari da 2,50 euro. Secondo la famiglia, si sarebbe potuto risolvere in un attimo: “Bastava obliterare quattro biglietti”, coprendo la tariffa, senza trasformare una regola in una condanna.
Dolomiti Bus, la compagnia che gestisce il servizio, ha avviato accertamenti interni e, in via precauzionale, l’autista è stato sospeso. Ma anche qui c’è un dettaglio che rende la storia ancora più tesa: il conducente non sarebbe un dipendente diretto di Dolomiti Bus, bensì un lavoratore della società veneziana “La Linea”, che opera in subaffidamento. Ed è la stessa società proprietaria del bus elettrico precipitato dal cavalcavia di Mestre il 3 ottobre 2023, nella strage che causò 21 vittime. Non c’entra con questa vicenda, certo, ma pesa nell’immaginario pubblico: quando si parla di sicurezza e responsabilità, certi nomi riaccendono cicatrici.
Ora la famiglia ha scelto le vie legali. La querela è per “abbandono di minore” e riguarda sia l’azienda sia il conducente. L’11enne, raccontano i genitori, è arrivato a casa “stremato” dopo novanta minuti di cammino, lungo la pista ciclabile che costeggia la strada principale. Un tempo infinito, se hai undici anni, se fa freddo, se sei da solo e non puoi nemmeno chiamare qualcuno.
A dare voce alla rabbia è anche l’avvocata Chiara Balbinot, nonna del ragazzino, che parla senza filtri: «Ho ricevuto due chiamate di scuse da parte dell’azienda di trasporti Dolomitibus, noi andiamo avanti». E insiste sul punto che dovrebbe inchiodare tutti, prima ancora delle telecamere e delle verifiche: «Dal mio punto di vista è ravvisabile il reato di abbandono di minore… Sicuramente esisteva un obbligo di custodia». Poi l’immagine che non si cancella: «A mio nipote poteva capitare qualsiasi cosa durante quei novanta minuti… io mi chiedo come possa capitare una cosa del genere».
Le aziende intanto indicano un possibile snodo: i mezzi sono dotati di videosorveglianza e le registrazioni potranno essere utilizzate per accertare i fatti. Bene. Ma c’è qualcosa che i video non potranno spiegare fino in fondo: l’automatismo mentale che porta un adulto, in servizio, a vedere prima il ticket e poi il bambino. Prima la regola e poi la strada ghiacciata. Prima i 10 euro e poi l’undicenne.
La politica ha reagito con toni duri. Il presidente della Provincia, Roberto Padrin, mette giù una frase che suona come un atto d’accusa: “Se confermata la versione della famiglia, si tratta di un fatto di estrema gravità. Un undicenne lasciato a piedi nella neve è comunque gravissimo”. Il senatore di FdI Luca De Carlo chiede chiarezza. L’opposizione parla di scandalo: Elisabetta Piccolotti (Avs) presenta un’interrogazione urgente al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e sintetizza così: “È disumano e pericoloso. Le politiche legate alle Olimpiadi non possono ricadere sulla sicurezza delle persone”. Dal Pd, Alessandro Del Bianco la definisce un “fallimento politico della gestione trasporti in vista delle Olimpiadi”. E la Rete degli Studenti allarga il tiro: “I costi sono eccessivi. Sembra che dobbiamo pagare noi il prezzo delle Olimpiadi con rincari e biglietti speciali”.
In mezzo, restano i sindacati degli autoferrotranvieri, che attendono gli esiti delle verifiche ma ribadiscono la sola frase che andrebbe stampata sul cruscotto di ogni mezzo pubblico: “Non si lascia a terra un ragazzino”.
Perché qui, prima della giurisprudenza e delle responsabilità formali, c’è un fatto che brucia: la normalizzazione dell’idea che si possa “applicare una regola” anche quando la regola produce un rischio evidente. E se davvero, per stare “in vista dei Giochi”, serve un biglietto speciale da 10 euro su una tratta locale, allora la domanda non è soltanto che cosa abbia fatto un autista. La domanda è che cosa stiamo accettando come normale, mentre un bambino cammina nella neve e gli adulti discutono di tariffari.







