Camice e paura: quasi 18mila aggressioni a medici e infermieri nel 2025

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Un quadro drammatico emerge dai dati dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza delle professioni sanitarie: aggressioni verbali e fisiche continuano a colpire quotidianamente chi lavora in ospedale.

In questo articolo:

  • Aggressioni nel 2025 e numero di operatori coinvolti
  • Profilo delle vittime più frequenti
  • Tipologie di violenza registrate
  • Contesto e pressioni che alimentano il problema
  • Sicurezza strutturale negli ospedali

La violenza contro il personale sanitario non diminuisce

Oltre 23 mila operatori coinvolti in aggressioni tra ospedali, pronto soccorso e servizi psichiatrici. Il quadro emerge dalla relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza delle professioni sanitarie. La maggior parte delle aggressioni è verbale, ma un quarto degli episodi sfocia in violenze fisiche.

Il camice non basta più. In molti reparti italiani ai medici servirebbe anche una guardia del corpo. La violenza contro chi lavora negli ospedali è ormai diventata una costante del sistema sanitario. Nel 2025 sono state registrate quasi 18 mila aggressioni a operatori sanitari e sociosanitari, un dato che coinvolge complessivamente oltre 23 mila professionisti. Numeri che non segnano una vera diminuzione rispetto all’anno precedente e che confermano come la sicurezza negli ospedali resti una questione aperta.

Il quadro emerge dalla relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie, pubblicata dal Ministero della Salute in occasione della Giornata nazionale di prevenzione contro la violenza sugli operatori sanitari. Il rapporto racconta una realtà che ormai riguarda l’intero Paese: aggressioni diffuse, spesso quotidiane, che colpiscono soprattutto chi lavora in prima linea con i pazienti.

Le segnalazioni registrate nel 2025 sono leggermente inferiori a quelle del 2024, quando erano state 18.392. Ma nello stesso periodo il numero complessivo di operatori coinvolti negli episodi di violenza è aumentato, passando da circa 22 mila a oltre 23 mila persone. Questo significa che molte aggressioni coinvolgono più professionisti contemporaneamente e che la tensione nei reparti resta altissima.

Aggressioni negli ospedali: infermieri e donne le vittime più frequenti

Chi sono le vittime

Il profilo delle vittime segue uno schema ormai noto. Il personale infermieristico è quello più esposto, con il 55% degli episodi segnalati. Seguono i medici con il 16% e gli operatori socio-sanitari con l’11%. Una quota minore riguarda altre figure che lavorano negli ospedali, dai dipendenti amministrativi ai vigilanti e al personale di front office.

Dimensione di genere

Anche la dimensione di genere è evidente. In gran parte delle regioni italiane più del 60% delle vittime di aggressioni è rappresentato da donne. Un dato che riflette in parte la composizione della forza lavoro sanitaria, ma che mostra anche quanto il contatto diretto con pazienti e familiari esponga soprattutto le operatrici a situazioni di tensione.

Contesto degli episodi

Il contesto in cui si verificano gli episodi di violenza è quasi sempre lo stesso. Gli ospedali restano il luogo più critico, in particolare i reparti dove la pressione assistenziale è più forte. Il pronto soccorso continua a essere il punto più delicato del sistema, seguito dai servizi psichiatrici di diagnosi e cura e dalle aree di degenza.

Qui si concentrano lunghe attese, stress emotivo, emergenze e spesso frustrazione da parte dei pazienti o dei familiari. Quando il sistema sanitario è sotto pressione, la tensione si scarica inevitabilmente su chi lavora in corsia.

Insulti, minacce e violenze: il volto quotidiano del conflitto

Non tutte le aggressioni hanno la stessa intensità. Nella maggior parte dei casi si tratta di violenza verbale. Insulti, minacce e intimidazioni rappresentano infatti il 69% degli episodi registrati. Un quarto delle aggressioni, circa il 25%, sfocia invece in violenze fisiche, mentre il restante 6% riguarda danneggiamenti o attacchi contro strutture e beni degli ospedali.

Gli aggressori sono prevalentemente i pazienti stessi, seguiti dai familiari o dai caregiver che li accompagnano. Un dato che conferma come la tensione si sviluppi soprattutto nel rapporto diretto tra chi chiede assistenza e chi la deve fornire in condizioni spesso difficili.

Un aspetto importante evidenziato dal rapporto riguarda anche la diffusione delle segnalazioni. In alcuni contesti l’aumento dei casi registrati non significa necessariamente che le aggressioni siano cresciute, ma che il personale sanitario ha iniziato a denunciare di più gli episodi subiti. Un cambiamento culturale non secondario, perché per anni molte violenze sono rimaste invisibili, considerate quasi parte del lavoro quotidiano.

La sicurezza negli ospedali diventa un tema strutturale

Le aggressioni non si fermano neppure negli istituti penitenziari, dove operano medici e infermieri del sistema sanitario nazionale. Nel 2025 le segnalazioni in questo ambito sono state 428, praticamente in linea con le 433 dell’anno precedente.

Il problema, però, resta sistemico. La crescente pressione sul Servizio sanitario nazionale, tra carenza di personale, affollamento dei reparti e tempi di attesa sempre più lunghi, crea un terreno fertile per il conflitto. In questo clima la frustrazione dei pazienti rischia di trasformarsi sempre più spesso in aggressività.

Per chi lavora negli ospedali italiani il rischio è diventato parte della routine. Non solo stress, turni pesanti e responsabilità cliniche, ma anche la possibilità di essere insultati, minacciati o aggrediti mentre si cerca di curare qualcuno. È il segno di una tensione sociale che ormai entra ogni giorno nelle corsie e che rende evidente una cosa: la sicurezza degli operatori sanitari non è più soltanto un problema di ordine pubblico, ma una questione strutturale del sistema sanitario.