Caso Delmastro, la pista dei pm sulla bisteccheria di Roma: “Così i Caroccia reinvestivano i soldi del clan Senese”

Andrea Del Mastro – IPA @lacapitalenews.it

Il punto, adesso, non è più soltanto politico. È giudiziario, ed è pesante. Perché attorno al caso Delmastro e alla società che gestisce la Bisteccheria d’Italia di via Tuscolana, a Roma, la contestazione dei magistrati si fa molto più netta. Secondo quanto emerge dagli atti, quella struttura societaria non sarebbe stata una normale iniziativa imprenditoriale, ma un veicolo attraverso cui trasferire e reinvestire denaro illecito riconducibile al clan Senese, ostacolando così la possibilità di risalire alla provenienza delittuosa dei fondi.

È questo il passaggio centrale che compare nell’avviso di fissazione dell’interrogatorio di Miriam Caroccia e che, di fatto, spiega la natura dell’inchiesta. La srl “La 5 Forchette”, che amministra il ristorante, avrebbe avuto fin dall’origine una funzione precisa: consentire il riciclaggio di capitali del clan tramite un’attività economica formalmente pulita. Una contestazione aggravata, secondo gli inquirenti, dal fatto che l’operazione avrebbe favorito un’associazione con caratteri mafiosi.

La contestazione dei pm e il ruolo della famiglia Caroccia

Miriam Caroccia e suo padre Mauro risultano già iscritti nel registro degli indagati per riciclaggio e intestazione fittizia di beni. La posizione dei magistrati è che i due abbiano agito per eludere la normativa sulla prevenzione patrimoniale e per consentire al clan Senese di continuare a rafforzare la propria presenza sul territorio attraverso il controllo di attività economiche. In questo schema, il ristorante non sarebbe solo un locale, ma uno strumento di reimpiego e schermatura dei capitali.

Il passaggio accusatorio più delicato è proprio questo: la continuità tra la nuova attività e il passato giudiziario di Mauro Caroccia. Per i pm, infatti, Bisteccheria d’Italia si collocherebbe nella stessa traiettoria di altri ristoranti già sequestrati all’uomo nell’inchiesta del 2020 che gli è costata una condanna definitiva a quattro anni proprio per reati dello stesso tipo.

Delmastro fuori dall’inchiesta, per ora

Andrea Delmastro, così come gli altri esponenti di Fratelli d’Italia piemontesi che avevano quote minoritarie nella società, al momento resta fuori dalle contestazioni. Il motivo è chiaro: allo stato degli atti non è stato ancora accertato che fossero consapevoli della provenienza del denaro investito da Miriam Caroccia, che all’epoca aveva 18 anni, venne nominata amministratrice unica e controllava il 50 per cento delle quote.

Ma il tentativo dell’ex sottosegretario di prendere le distanze dalla vicenda, attraverso la cessione delle quote, oggi appare meno solido di prima. Soprattutto perché uno dei punti che gli inquirenti vogliono chiarire riguarda proprio il passaggio delle partecipazioni societarie e il relativo corrispettivo economico.

I 5 mila euro, la firma negata e i nuovi interrogatori

La società era nata con un capitale di 10 mila euro. Il 5 marzo, però, sarebbe finita interamente nelle mani di Miriam Caroccia. Ed è qui che si apre un altro fronte delicato. La ragazza, infatti, nega di aver mai firmato l’atto di acquisizione e sostiene di non aver mai versato i 5 mila euro in contanti indicati come corrispettivo agli altri soci nel documento predisposto dal commercialista.

Un dettaglio che può sembrare tecnico, ma che in realtà pesa moltissimo. Perché se quella ricostruzione dovesse essere confermata, verrebbe messa in discussione la stessa regolarità formale del trasferimento delle quote. E non solo. I pm vogliono capire se esista almeno una scrittura privata che documenti davvero quel passaggio di denaro, oppure se ci si trovi di fronte a un’operazione solo cartolare.

Miriam Caroccia dovrà riferire su tutto questo ai magistrati della Dda. Nello stesso giorno verrà ascoltato anche il padre Mauro. Gli interrogatori, dunque, potrebbero rappresentare uno snodo decisivo non solo per chiarire i passaggi societari, ma anche per comprendere se dietro la vicenda vi sia stata una semplice opacità amministrativa oppure un disegno molto più strutturato di reinvestimento illecito.

I conti della società e i documenti che mancano

Nel frattempo la Direzione distrettuale antimafia, insieme alla Procura di Torino, sta acquisendo tutta la documentazione riconducibile alla 5 Forchette. Anche qui il quadro non è banale. La società, infatti, non ha mai depositato un bilancio e non ha presentato dichiarazione dei redditi, anche se il 2025 è stato il suo primo anno di attività.

Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire gli investimenti effettuati per far partire il locale: forniture, contratti di lavoro, spese iniziali, flussi di denaro. In altre parole, vogliono capire da dove siano arrivati i soldi necessari per avviare il ristorante e se vi siano tracce documentali coerenti con la versione formale fin qui rappresentata.

L’Antimafia e il possibile allargamento del fronte politico

La vicenda, intanto, continua a muoversi anche sul piano politico. La Commissione Antimafia, dopo le pressioni delle opposizioni, ha confermato l’audizione di Delmastro, anche se non è ancora stata fissata una data. Un passaggio che potrebbe aumentare ulteriormente il peso pubblico del caso.

Non solo. Verranno acquisiti anche gli atti della maxi inchiesta milanese Hydra, quella che ha acceso i riflettori sull’alleanza tra il clan Senese, famiglie mafiose e ’ndrangheta, oltre ai tentativi di avvicinare esponenti di Fratelli d’Italia. È un elemento da maneggiare con cautela, ma che mostra bene quanto il perimetro della vicenda possa allargarsi ben oltre il solo ristorante romano.

Il cuore dell’inchiesta, comunque, resta lì: capire se Bisteccheria d’Italia sia stata davvero un’attività commerciale ordinaria finita in una bufera politica, oppure il tassello di un meccanismo usato per ripulire e reinvestire denaro sporco. Ed è su questo che, adesso, si giocherà la partita vera.