Caso Garlasco, la bomba sull’orario riapre tutto: “Stasi non può aver ucciso Chiara”, i 23 minuti che fanno tremare la sentenza

Chiara Poggi – @lacapitalenews.it (2)

Ci sono processi che si reggono su un dettaglio. E quando quel dettaglio si sposta, non si incrina solo un punto: si incrina tutto. Nel caso Garlasco, quel dettaglio è l’orario della morte di Chiara Poggi. E oggi, a distanza di anni, è proprio quell’orario a tornare al centro della scena con una forza che rischia di ribaltare ogni certezza.

La nuova consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, depositata dai pm della Procura di Pavia e ancora coperta da segreto, secondo indiscrezioni indicherebbe una finestra temporale completamente diversa rispetto a quella fissata in sentenza. Non più tra le 9.12 e le 9.35 del 13 agosto 2007, ma tra le 10 e le 11.30. Un’ora dopo. Un dettaglio? No. Una faglia.

Caso Garlasco, l’orario del delitto cambia: perché quei 23 minuti sono tutto

La condanna definitiva di Alberto Stasi si è giocata in un intervallo preciso: 23 minuti. È in quel segmento che i giudici hanno collocato l’omicidio, ritenendo compatibili tempi, movimenti e assenza di alibi. Un incastro stretto, chirurgico, su cui si è costruita la responsabilità penale.

Ed è proprio lì che la difesa affonda il colpo. L’avvocato Antonio De Rensis, intervistato nel podcast Controverso, lo dice senza giri di parole: «Quei 23 minuti sono il tallone d’Achille della sentenza». Non esisterebbe, secondo lui, alcuna prova certa che l’aggressione sia iniziata alle 9.12. Mentre alle 9.35, sostiene la difesa, è documentato che Stasi fosse già a casa, al computer.

Il punto è devastante nella sua semplicità: se quell’orario non è provato, tutto il ragionamento che ne deriva diventa un’ipotesi. E un processo penale, per definizione, non può reggersi su ipotesi.

La nuova consulenza riporta tutto indietro: la morte nella tarda mattinata

Il dato che emerge dalle indiscrezioni sulla consulenza è ancora più delicato. Perché quella finestra tra le 10 e le 11.30 non è un’invenzione nuova. Era già stata indicata nel 2007, nelle prime valutazioni medico-legali, con una centratura intorno alle 11. Poi però era rimasta sullo sfondo, mentre prendeva forma la ricostruzione che avrebbe portato alla condanna.

Oggi quella stessa ipotesi torna centrale. E con essa torna una domanda che pesa più di tutte: e se il delitto fosse avvenuto quando Stasi non era più lì?

Non è solo una questione di lancette. Spostare l’orario significa riscrivere ogni cosa. La permanenza della vittima dopo l’aggressione. La formazione della gora di sangue. I movimenti dentro la villetta di via Pascoli. Ogni dettaglio cambia posizione, come in un domino che cade.

La difesa attacca anche la logica della sentenza

C’è poi un altro punto, meno tecnico ma altrettanto potente. La ricostruzione accusatoria ha sempre legato l’inizio dell’aggressione alla disattivazione dell’allarme. Un automatismo logico: allarme spento, aggressione iniziata.

Ma proprio questo passaggio, secondo la difesa, non sarebbe mai stato dimostrato. Sarebbe una deduzione, non una prova. E in un caso come questo, la differenza è enorme.

De Rensis insiste anche su un elemento spesso trascurato: il comportamento di Stasi dopo l’orario del delitto. Secondo l’accusa, dopo aver compiuto l’omicidio, il giovane sarebbe tornato a casa e avrebbe ripreso a lavorare alla tesi con lucidità e continuità. Una normalità operativa che, per la difesa, stride con la brutalità dell’azione che gli viene attribuita.

Il riferimento è alle analisi dei periti sul computer: stessi salvataggi, stessa frequenza, stessa precisione. Come se nulla fosse accaduto.

Se cambia l’orario, cambia la verità giudiziaria

Il punto finale è inevitabile. Se quei 23 minuti non bastano più a sostenere la dinamica del delitto, allora non è solo un dettaglio a cadere. È l’intero impianto della sentenza.

Il caso di Chiara Poggi, uno dei più discussi della cronaca italiana, torna così a un bivio. Da una parte una verità giudiziaria definitiva, costruita su un incastro temporale preciso. Dall’altra una nuova lettura che mette in discussione proprio quell’incastro.

Non è ancora una svolta, perché al momento si parla di indiscrezioni e di una consulenza non pubblica. Ma è qualcosa di più di un dubbio. È una crepa.

E quando una crepa attraversa il punto più solido di una condanna, il rischio non è quello di aprire una discussione. Il rischio è quello di dover ricominciare tutto da capo.