Caso Orlandi, l’audizione shock di Marco Accetti: 7 ore di segreti e una nuova indagine

emanuela orlandi – Ipa, @lacapitalenews.it

Sette ore di deposizione, è stata questa la durata dell’audizione di Marco Fassoni Accetti davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso di Emanuela Orlandi. Un record assoluto: ottanta persone ascoltate finora, ma nessuno aveva mai parlato così a lungo. Un “fiume di parole” che riapre ferite mai rimarginate e solleva interrogativi inquietanti: siamo di fronte a una verità tardiva o all’ennesimo, magistrale depistaggio?

Sette ore sotto torchio

Marco Accetti non è un nome nuovo. Dal 2013, anno in cui si autoaccusò del rapimento della cittadina vaticana, è una presenza costante e divisiva nelle cronache. Questa volta, però, il confronto con i 40 parlamentari tra deputati e senatori ha assunto i contorni di una maratona psicologica. Quattro ore di fila, una breve pausa, e poi altre tre ore senza sosta.

L’uomo che sostiene di aver orchestrato il sequestro è apparso determinato a scrollarsi di dosso l’etichetta di “mitomane” affibbiatagli da molti, a partire da Pietro Orlandi. Ma se per la Procura di Roma la sua attendibilità è vicina allo zero, la Commissione ha deciso di scavare a fondo, cercando di distinguere i fatti accertati dalle suggestioni di un uomo che vive di misteri.

Spunta indagine connessa

Il vero colpo di scena dell’audizione non risiede solo nelle parole di Accetti, ma nel suo status giuridico. Il fotografo è stato ascoltato alla presenza del suo avvocato perché risulterebbe aperta un’indagine connessa a suo carico presso il casellario giudiziario di Roma.

Su cosa indaga la magistratura? Il segreto istruttorio è massimo, ma le indiscrezioni portano a una pista macabra: il furto della bara di Katty Skerl. Secondo Accetti, quel corpo sarebbe stato rimosso per cancellare i legami tra l’omicidio della ragazza e il caso Orlandi. Un intreccio di sangue e segreti che, se confermato, cambierebbe radicalmente la geografia del giallo vaticano.

La tesi del ricatto tra le mura vaticane

Accetti ha consegnato un nuovo memoriale di 15 pagine, intitolato significativamente “Memoria a fini di giustizia”. Il cuore della sua testimonianza ruota attorno alle cosiddette “cupole all’ombra del Cupolone”.

Secondo il suo racconto, il sequestro di Emanuela Orlandi non sarebbe stato l’opera di un lupo solitario, ma l’azione sarebbe stata compiuta da un “braccio armato” al servizio di una fazione interna al Vaticano. Un gioco di potere spietato, fatto di altari e peccati capitali, dove la quindicenne sarebbe stata usata come pedina per ricattare le alte gerarchie ecclesiastiche. Accetti si descrive come la manovalanza di un gruppo invisibile, capace di muoversi tra le ombre dello Stato Pontificio.

Verità o mitomania?

Nonostante l’oscurità del suo racconto, il passato di Accetti gioca contro di lui. In dieci anni ha collezionato smentite clamorose:

  • Il flauto di Emanuela: fece ritrovare uno strumento che si rivelò un modello comune, acquistabile ovunque anche sui siti online.
  • L’Americano: sostenne di essere lui l’uomo delle telefonate del 1983, ma le analisi fonometriche lo hanno smentito.

Oggi Accetti chiede di essere creduto e ha preteso la segretezza su parte dei contenuti dell’interrogatorio, accennando a complici femminili mai identificate che avrebbero gestito la “comunicazione” del rapimento. Resta un interrogativo sospeso: dopo sette ore di audizione, l’acqua di questo fiume è finalmente pulita o è solo l’ennesima ondata di fango destinata a intorbidire una ricerca della verità che dura da oltre quarant’anni? La palla passa ora ai magistrati, chiamati a verificare se, tra i deliri di un presunto narcisista, si nasconda la chiave per aprire il mistero più fitto d’Italia.