Tre mesi. Novanta giorni. È il tempo che resta prima che il caso Garlasco arrivi al suo passaggio più delicato e definitivo. Tra due o tre mesi la procura di Pavia dovrà scoprire tutte le carte dell’indagine riaperta sull’omicidio di Chiara Poggi. Sarà il momento della cosiddetta discovery: il punto in cui gli investigatori metteranno sul tavolo l’intero impianto accusatorio costruito contro Andrea Sempio, l’amico del fratello della vittima tornato al centro dell’inchiesta a quasi vent’anni dal delitto.
Da quel momento non ci saranno più frammenti, indiscrezioni, ipotesi filtrate. Ci saranno solo gli atti. Ed è lì che si capirà se davvero l’indagine riaperta può cambiare la storia giudiziaria di Garlasco o se la condanna definitiva a 16 anni inflitta ad Alberto Stasi resterà l’ultimo capitolo di uno dei processi più controversi della cronaca italiana.
Sembra passato un secolo, ma è trascorso soltanto un anno. L’11 marzo 2025 esplode la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi. Da quel giorno il caso Garlasco torna a occupare ogni spazio mediatico possibile: talk show, speciali televisivi, dibattiti tra esperti, guerre tra consulenti del Dna, ricostruzioni sempre più fantasiose del movente.
Il delitto di Garlasco diventa quasi un genere televisivo autonomo. Ma mentre il processo mediatico procede senza sosta, quello vero resta blindato. Per mesi dalla procura di Pavia non trapela quasi nulla.
A coordinare la nuova indagine sono il procuratore Fabio Napoleone, l’aggiunto Stefano Civardi e le pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, con il supporto dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano. Il punto di partenza resta lo stesso elemento che già nel 2007 aveva alimentato dubbi mai completamente dissolti: il materiale genetico trovato sotto le unghie di Chiara Poggi.
Subito dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, a Sempio viene prelevato il Dna per confrontarlo con quelle tracce biologiche. Non è la prima volta che il suo nome compare nel fascicolo. Già nel 2016 era stato indagato per lo stesso delitto dopo un esposto della madre di Stasi e dei suoi legali. Pochi mesi dopo la procura di Pavia archiviò tutto.
Oggi però quella archiviazione è diventata a sua volta oggetto di un’altra inchiesta. La procura di Brescia ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di corruzione: indagati l’ex procuratore aggiunto Mario Venditti e Giuseppe Sempio, padre di Andrea. Il sospetto è che l’archiviazione possa essere stata pilotata in cambio di denaro. Un capitolo ancora aperto che aggiunge un ulteriore livello di tensione alla vicenda.
Ma il ritorno di Sempio al centro delle indagini non si basa soltanto sul Dna. I pm pavesi individuano una serie di anomalie nelle vecchie indagini: i verbali redatti contemporaneamente per Sempio e per gli amici nel 2008, il malore che colpì il ragazzo durante l’interrogatorio e che non comparirebbe negli atti, alcune telefonate ritenute anomale verso casa Poggi nei giorni precedenti al delitto e soprattutto lo scontrino che per anni è stato considerato l’alibi di Sempio per la mattina dell’omicidio.
Nei mesi successivi il caso diventa un campo di battaglia permanente. A contribuire ad alimentare ipotesi sempre più suggestive sono anche le apparizioni televisive dell’avvocato Massimo Lovati, inizialmente difensore di Sempio insieme ad Angela Taccia. Tra collegamenti improbabili, sogni e premonizioni, il racconto mediatico prende una direzione sempre più spettacolare. Poi arriva la rottura: la famiglia Sempio revoca il mandato a Lovati e affida la difesa al penalista Liborio Cataliotti.
Sul fronte giudiziario, invece, si arriva a uno dei passaggi chiave dell’indagine: l’incidente probatorio sul Dna. Dopo un avvio travagliato, la gip Daniela Garlaschelli affida l’incarico alla biologa della polizia scientifica Denise Albani.
A maggio i magistrati convocano Sempio per un interrogatorio a Pavia. Nello stesso momento sentono anche il fratello della vittima Marco Poggi a Mestre e Alberto Stasi. Proprio in quell’occasione la procura deposita la consulenza sull’impronta 33 trovata sulle scale della cantina della villetta di via Pascoli e mai attribuita prima. Oggi gli inquirenti la collegano a Sempio.
L’interrogatorio però non si svolge. Sempio non si presenta e la sua legale festeggia sui social con l’emoticon di una tigre. Da quel momento il clima tra procura e difesa si irrigidisce. Il procuratore Napoleone decide di cambiare strategia: silenzio assoluto e nessuna nuova comunicazione sugli sviluppi dell’indagine.
Nel frattempo arrivano altri atti decisivi. A dicembre viene depositata la perizia Albani: il Dna trovato sotto le unghie della vittima è compatibile con il profilo genetico Y di Andrea Sempio, anche se degradato. Una conclusione che contraddice la perizia del processo d’appello del 2014 firmata dal genetista Francesco De Stefano e rafforza la linea investigativa della procura.
Non è tutto. I magistrati affidano altre due consulenze: una informatica all’esperto Paolo Dal Checco e una medico-legale all’anatomopatologa Cristina Cattaneo. Proprio queste analisi, depositate nei primi giorni di marzo, contengono — secondo chi indaga — la nuova ricostruzione delle fasi dell’omicidio e gli elementi ritenuti decisivi per sostenere l’accusa contro Sempio.
Ed è qui che si arriva al punto centrale. Tutto questo materiale, fino ad oggi noto solo in parte, dovrà essere scoperto integralmente entro pochi mesi. Quando la procura presenterà la richiesta di rinvio a giudizio, dovrà depositare l’intero quadro delle prove raccolte.
È quello il momento che può cambiare davvero la storia del caso Garlasco. Perché solo allora si potrà capire se l’indagine riaperta ha davvero trovato un’altra verità sul delitto di Chiara Poggi oppure se la sentenza definitiva contro Alberto Stasi resterà il punto fermo di uno dei casi più tormentati della giustizia italiana.
Tre mesi. Poi non ci saranno più ipotesi o retroscena. Solo le prove.







