A Garlasco il tempo non ha mai davvero chiuso la porta. L’ha solo socchiusa, lasciando filtrare dubbi, perizie, controperizie e una ferita giudiziaria che continua a sanguinare. Oggi, a distanza di diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, quella porta torna ad aprirsi con una nuova ricostruzione della scena del crimine, voluta dai genitori della vittima. Una ricostruzione che non assolve, non attenua, non ammorbidisce. Al contrario, rafforza una convinzione che la famiglia Poggi non ha mai abbandonato: il colpevole resta Alberto Stasi.
Secondo la nuova perizia, l’aggressione che portò alla morte di Chiara non sarebbe iniziata all’ingresso della villetta di via Pascoli, come ipotizzato nel 2007, ma in cucina. Un dettaglio solo apparente. Perché in un delitto come quello di Garlasco, la sequenza dei gesti, il luogo del primo contatto violento, la posizione iniziale della vittima e dell’aggressore sono tutto. Cambiare l’inizio significa cambiare il racconto. E, potenzialmente, il destino giudiziario di chi è stato condannato.
A firmare l’analisi è il perito Dario Redaelli, consulente della famiglia Poggi, che annuncia la conclusione del proprio lavoro: «Ho pronta la relazione che settimana prossima consegnerò ai legali, i quali ne faranno l’uso che ritengono opportuno». Una frase prudente nella forma, ma chiarissima nella sostanza. Perché questa perizia nasce in un momento preciso: mentre torna a farsi strada l’ipotesi di una revisione del processo e mentre una nuova inchiesta della Procura di Pavia ha acceso i riflettori su Andrea Sempio, pista che i genitori di Chiara hanno sempre respinto con decisione.
I consulenti non si sono limitati a riesaminare i monili che Chiara indossava il giorno del delitto, ma hanno provato a ricostruire l’intera “azione omicidiaria”. Ed è qui che arriva il punto di rottura con le conclusioni di diciotto anni fa. Per Redaelli e il suo team, l’aggressione comincia in cucina. Non nell’ingresso. E a supporto di questa tesi viene richiamato un elemento che da anni fa parte del fascicolo, ma che oggi assume un peso diverso: il bricco di Estathé trovato nella spazzatura dell’ultima colazione di Chiara. Sulla cannuccia, secondo quanto già noto, c’è il Dna di Alberto Stasi.
Per i legali e i consulenti dei Poggi, questo dato diventa il perno attorno a cui far ruotare l’intera dinamica. Chiara sarebbe stata sorpresa mentre faceva colazione, in un contesto domestico, quotidiano, apparentemente privo di allarme. Da lì, l’aggressione. Una sequenza che, nella loro lettura, rende meno credibili ricostruzioni alternative e soprattutto rafforza l’idea di una presenza conosciuta, intima, non casuale.
È una linea difensiva – o meglio, accusatoria – coerente con la posizione che la famiglia Poggi ha sempre mantenuto. Non hanno mai creduto alla colpevolezza di Sempio, non hanno mai messo in discussione la sentenza definitiva che ha condannato Stasi a 16 anni. E ora questa nuova perizia sembra avere anche una funzione strategica: mettere i bastoni tra le ruote a qualsiasi tentativo di revisione del processo.
Redaelli non lo dice apertamente, ma lo lascia intendere: «Ritengo questi risultati utilizzabili in caso di una richiesta di revisione, ma il mio ruolo è quello di consulente». Tradotto: se qualcuno proverà a riaprire il caso, questa perizia sarà pronta a entrare in campo. Non per ribaltare, ma per blindare.
Il paradosso è che proprio la nuova inchiesta di Pavia, che ha rimesso in circolo ipotesi alternative, avrebbe spinto i Poggi a tornare sulla scena del crimine. Non per cambiare idea, ma per rafforzarla. Un contro-movimento tecnico e simbolico, in un caso che da sempre si gioca anche sul terreno dell’opinione pubblica, oltre che su quello giudiziario.
Resta però un punto interrogativo che nessuna perizia, da sola, può cancellare. La fondatezza scientifica di questa nuova ricostruzione dovrà confrontarsi con le conclusioni dei magistrati. In particolare con l’esito della nuova Bloodstain Pattern Analysis affidata al Ris di Cagliari, già consegnata alla Procura ma di cui, per ora, filtrano solo indiscrezioni. Secondo queste, l’aggressione sarebbe avvenuta in più fasi. Da chiarire se la prima sia effettivamente in cucina o all’ingresso e, soprattutto, se questa distinzione sia sufficiente a escludere o confermare in modo definitivo le responsabilità del nuovo indagato.
Garlasco, ancora una volta, si trova sospesa tra certezze giudiziarie e crepe narrative. La sentenza su Stasi è definitiva, ma il caso non è mai diventato passato. Ogni nuova perizia riapre ferite, irrigidisce posizioni, alimenta uno scontro che non è solo tecnico ma anche emotivo. Per i genitori di Chiara, la verità ha già un nome. E questa nuova ricostruzione serve a ribadirlo, con forza, prima che qualcun altro provi a riscrivere la storia.







