“Pensiamo alle vittime in ogni istante. Non c’è un momento in cui non lo facciamo”. È una frase che pesa come pietra, pronunciata con la faccia tirata, gli occhiali a goccia e una nervosità che si vede anche senza bisogno di domande. “Per favore”, dice ai giornalisti e alle telecamere che provano a intercettarlo. Ma oggi, a Crans-Montana, non è il giorno delle parole misurate: è quello delle risposte obbligate.
Nel cuore dell’inchiesta sulla tragedia di Capodanno al Constellation – 41 morti e 115 feriti – viene interrogato per la prima volta Christophe Balet, responsabile della sicurezza del Comune, indagato in relazione alla gestione dei controlli e alle procedure amministrative che ruotano attorno al locale distrutto dalle fiamme. L’audizione, iniziata oggi 6 febbraio, con ogni probabilità non si esaurirà in giornata e proseguirà lunedì: segno che il fascicolo è complesso, che le domande sono molte e che ciò che Balet può chiarire viene considerato centrale dagli inquirenti. Durante l’udienza gli viene sequestrato il cellulare, un atto che fotografa il livello di attenzione dell’autorità giudiziaria sul suo ruolo e sulle sue comunicazioni.
In tribunale arriva anche Jacques Moretti, titolare del Constellation insieme alla moglie Jessica Maric. La coppia è indagata per omicidio colposo, lesioni e incendio colposi. Moretti si presenta poco prima delle 8.30 e assiste a un passaggio che per lui è cruciale: è fuori dal carcere grazie a una cauzione da 200mila franchi, ma l’aria non è quella di chi “ha chiuso la partita”. In un’aula dove si ricostruiscono omissioni e responsabilità, chi è indagato non osserva: misura i silenzi e conta le parole.
Il dettaglio che sorprende molti presenti, però, è uno di quelli che non dovrebbero mai sorprendere dopo una strage: Balet non possiede il brevetto di prevenzione antincendio. Ha soltanto una certificazione relativa alla sicurezza e alla salute. Non è ancora chiaro se quel brevetto specifico sia obbligatorio per esercitare quel tipo di funzione in ambito comunale, ma la circostanza insospettisce e apre un fronte: chi doveva garantire la prevenzione aveva davvero, formalmente e tecnicamente, gli strumenti per farlo?
Poi c’è il nodo più inquietante, quello che fa male perché ha la forma di un numero: sei anni. Dal 2020 al 2025, secondo quanto emerge, al Constellation non vengono effettuate ispezioni di sicurezza. Un buco che Balet attribuisce anche a problemi di aggiornamento del sistema informatico che gestisce le procedure: la sostituzione del software avrebbe rallentato l’adeguamento dei file e, di conseguenza, le ispezioni. È una spiegazione che, detta così, suona come una beffa: in un edificio affollato, in un locale che vive di notti e di capodanni, la catena della prevenzione si rompe perché un software viene cambiato e qualcuno non riallinea i documenti.
A Balet viene chiesto esplicitamente perché non ci sono stati controlli nel bar. Lunedì toccherà al suo predecessore. Nel frattempo resta agli atti una verità già ammessa nei giorni successivi alla strage: l’assenza di controlli non è un sospetto, è un fatto. E dalle carte emerge anche un altro elemento che alimenta il senso di fallimento: i controlli svolti in passato sarebbero stati superficiali. Nel 2015, durante i lavori di ristrutturazione del Constellation, nessuno rileva la presenza di schiuma infiammabile sul soffitto, indicata tra le cause che hanno favorito il rogo. Un materiale che non dovrebbe stare lì, o non dovrebbe restare invisibile a chi ispeziona.
Ora l’inchiesta prova a mettere in fila i passaggi: chi doveva controllare, con quali strumenti, con quali competenze, con quali procedure. E soprattutto: come è possibile che, in una località turistica internazionale, un locale attraversi anni senza verifiche efficaci fino alla notte in cui tutto brucia e 41 persone non tornano più a casa.
Il processo, per ora, non cerca frasi ad effetto: cerca responsabilità. Ma ogni dettaglio che emerge – il brevetto mancante, il cellulare sequestrato, il buco di sei anni, la giustificazione “informatica”, le ispezioni superficiali – ha già un effetto preciso: sposta il fuoco dalla fatalità alla catena delle omissioni. E quando una catena si spezza così, la domanda che resta non è “com’è potuto accadere”, ma “chi ha lasciato che accadesse”.







