La svolta formale arriva solo ora, settimane dopo la notte che ha sconvolto Crans-Montana e lasciato una scia di quaranta morti e oltre cento feriti. I coniugi Jacques Moretti e Jessica Moretti, proprietari del locale Le Constellation, vengono interrogati oggi a Sion per la prima volta come indagati nell’inchiesta per omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo. Una qualificazione giuridica che arriva con un ritardo che continua a suscitare polemiche, dentro e fuori la Svizzera, e che riaccende le critiche sulla gestione complessiva dell’indagine da parte della Procura del Canton Vallese.
Subito dopo la strage, nella notte di Capodanno, i Moretti erano stati sentiti soltanto come testimoni, con una cautela giudicata da molti sorprendente, nonostante fosse apparso immediatamente evidente che all’interno del locale mancassero i più elementari sistemi antincendio e che le norme basilari di sicurezza non fossero rispettate. Da allora, mentre il dolore delle famiglie cresceva, l’inchiesta procedeva con una lentezza sempre più difficile da giustificare, almeno agli occhi dei legali delle vittime.
Ora, accanto alle accuse principali, se ne affaccia una nuova, destinata a pesare come un macigno: quella di possibile distruzione di prove. A sollevarla è stato l’avvocato Romain Jordan, uno dei legali delle famiglie, secondo cui nelle ore immediatamente successive all’incendio, mentre le fiamme avevano già divorato il locale e il bilancio delle vittime era drammatico, qualcuno avrebbe provveduto a oscurare il sito web e a disattivare gli account Facebook e Instagram del club. Contenuti che, secondo il legale, includevano video e fotografie in grado di documentare in modo diretto le carenze strutturali e l’assenza di misure di sicurezza adeguate.
Un’operazione che, se confermata, assumerebbe un rilievo penale enorme, perché avvenuta in una finestra temporale cruciale, tra le tre e le sei del mattino, quando le indagini avrebbero dovuto cristallizzare ogni elemento utile alla ricostruzione dei fatti. Eppure, nonostante queste accuse, per il momento i coniugi Moretti non sono stati arrestati, non hanno subito sequestri patrimoniali e continuano a restare formalmente in libertà. Da giorni un’auto della polizia staziona davanti alla loro abitazione, ma più per proteggerli dall’assedio dei media che per sottoporli a un controllo restrittivo.
Le critiche non si fermano qui. Sotto accusa è anche la decisione della Procura di accettare che fosse il Comune a consegnare spontaneamente un proprio dossier sulla sicurezza del locale, dal quale emergerebbe che dal 2020 in avanti non erano mai stati effettuati controlli a Le Constellation. Una scelta che ha lasciato perplessi molti osservatori: perché non procedere a una perquisizione formale degli uffici comunali, con sequestro diretto degli atti, considerato che l’amministrazione stessa potrebbe finire sotto inchiesta? Il sindaco Nicolas Féraud, finora, non ha rassegnato le dimissioni, alimentando ulteriormente il clima di tensione.
Nel mirino delle critiche è finita anche la procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, accusata di un eccesso di prudenza che, col passare dei giorni, appare sempre meno neutrale. Pilloud, in carica da soli due anni dopo una lunga carriera da avvocata, ha scelto di delegare il fascicolo a quattro procuratori, riservandosi un ruolo più defilato e, secondo alcuni, più orientato alla gestione dei rapporti con i media che alla direzione diretta dell’inchiesta. Una scelta che i legali delle famiglie non hanno mancato di contestare apertamente.
«Ci aspettiamo risposte, vogliamo che tutte le responsabilità, dalla A alla Z, vengano accertate», ha dichiarato Romain Jordan entrando in Procura, sottolineando come le famiglie delle vittime vogliano capire perché una tragedia di queste proporzioni sia potuta avvenire in Svizzera, un Paese che fa della sicurezza e dei controlli un vanto istituzionale. Ancora più duro Sébastien Fanti, altro avvocato dei familiari, che ha parlato senza mezzi termini di «errore colossale» nel non aver disposto arresti immediati. Secondo Fanti, lasciare i Moretti liberi avrebbe consentito la cancellazione di materiale potenzialmente decisivo per l’inchiesta.
Intanto, il caso si allarga oltre i confini elvetici. La Procura di Roma ha aperto un’indagine autonoma sulla morte dei sei cittadini italiani coinvolti nella strage, delegando le procure di Milano, Bologna e Genova all’esecuzione delle autopsie, nonostante i funerali siano già stati celebrati. Una decisione presa dopo che la magistratura svizzera non aveva disposto gli esami autoptici prima del rimpatrio delle salme. Anche Belgio e Francia hanno avviato procedimenti separati per i loro connazionali deceduti, a conferma di una sfiducia crescente verso la capacità dell’inchiesta di Sion di dare risposte complete in tempi ragionevoli.
Le indagini parallele consentiranno alle famiglie di accedere agli atti trasmessi dalla Svizzera e di partecipare più attivamente allo sviluppo dei procedimenti, aprendo la strada, se necessario, a futuri processi. Resta però un dato politico e giudiziario che pesa come un’ombra: mentre le responsabilità appaiono, almeno sul piano fattuale, sempre più evidenti, la risposta delle istituzioni svizzere continua a essere percepita come lenta, prudente, quasi timorosa.
E in una tragedia che ha falciato decine di giovanissimi, quel tempo che passa senza decisioni forti rischia di trasformarsi nell’accusa più grave di tutte.







