Delitto di Garlasco, il teatro del dubbio assolve Stasi davanti al pubblico, ma tra omissioni e enfasi ci sono molte cose che non tornano

Giovedì 9 aprile al teatro Diana di Napoli non è andato in scena un semplice spettacolo di approfondimento giudiziario. È successo qualcosa di diverso, e per certi versi di più rivelatore: il delitto di Garlasco è stato trasformato in un racconto teatrale costruito quasi interamente attorno ad Alberto Stasi, alla sua versione, alla sua sofferenza, alla sua presunta innocenza. Chiara Poggi, la ragazza uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli, resta sullo sfondo. Compare, scompare, viene evocata appena. Sul palco, invece, il centro di tutto è lui: il condannato definitivo.

Il titolo dello spettacolo, Potresti essere tu, prometterebbe una riflessione sui rischi dell’errore giudiziario, sul peso del dubbio, sulla fragilità delle ricostruzioni processuali. In realtà, assistendo alla serata, la sensazione è stata un’altra: più che un viaggio nelle zone grigie del caso, sembrava una difesa scenica di Stasi, un processo di revisione recitato prima ancora che in un’aula si possa discutere davvero di revisione.

Un palco costruito tutto dalla parte di Stasi

Basta guardare i protagonisti della serata per capire l’impianto. Ci sono l’avvocato Antonio De Rensis, oggi volto più noto della difesa di Stasi, Giuseppe Brindisi, che guida il racconto, e Alessandro De Giuseppe, da anni convinto sostenitore dell’innocenza del condannato. In platea c’è anche Oscar Cetrangolo, il procuratore che in Cassazione aveva espresso dubbi sulla condanna. Tutto legittimo, certo. Ma parlare di confronto vero diventa difficile quando in scena e in sala il perimetro è così chiaramente orientato.

Fin dai primi minuti, il racconto prende una strada precisa. Chi presta voce a Stasi lo umanizza, lo avvicina, lo rende quotidiano, quasi tenero. Ricorda il linguaggio privato con Chiara, quel “tata” e “tato” che dovrebbe restituire un’intimità spezzata. Racconta la mattina del 13 agosto, la tesi, gli squilli, le abitudini, perfino le immagini pornografiche viste al computer. Tutto serve a costruire un effetto: far entrare il pubblico nella testa di Alberto, nel suo presunto vissuto, nella sua normalità interrotta.

Ma c’è un problema evidente. Quel 13 agosto smette di essere “un giorno come tanti” soprattutto per Chiara Poggi, massacrata nella sua casa. Eppure questo dato, il più essenziale, nella drammaturgia della serata rimane quasi marginale. La vittima non è il centro emotivo del racconto. La vittima vera, sul palco, diventa Stasi.

Il “dubbio” evocato come una fede e non come metodo

Il monologo del “dubbio” è il cuore ideologico dello spettacolo. È scritto e recitato per dare alla serata un’aura alta, quasi civile: il dubbio come coscienza critica, come ostacolo alle verità comode, come responsabilità morale davanti alla libertà di un cittadino. In astratto funziona. In teatro suona bene. Il problema è che il dubbio, per essere serio, dovrebbe misurarsi con tutto, non solo con ciò che conviene alla tesi difensiva.

Qui invece il dubbio sembra convocato non per aprire il quadro, ma per orientarlo. Non per interrogare tutti gli elementi, bensì per insinuare che ogni elemento contro Stasi sia fragile, sospetto, manipolabile o addirittura frutto di un accanimento. E questo cambia completamente il senso dell’operazione. Perché non siamo più nel terreno del ragionamento aperto, ma in quello di una precisa strategia narrativa: scalfire la certezza della condanna davanti all’opinione pubblica.

Il pubblico ride, applaude, si schiera

C’è stato poi un altro aspetto impossibile da ignorare: il clima della sala. In più momenti il pubblico ha riso. E non per alleggerire la tensione. Ha riso soprattutto quando il bersaglio diventavano investigatori, carabinieri, magistrati, errori della prima inchiesta, presunti depistaggi. In altri passaggi ha applaudito con trasporto, quasi con sollievo, ogni volta che si colpiva la costruzione accusatoria o si rilanciava la figura di Stasi come vittima di un meccanismo giudiziario malato.

Più che una platea disposta ad ascoltare in modo critico, è sembrata spesso una comunità già persuasa, arrivata lì per vedere confermata una convinzione. Non a caso, alla fine, la domanda lanciata dal palco non era tanto “cosa sappiamo davvero?”, ma “siete ancora sicuri?”. Una domanda che non chiama a riflettere: chiama a schierarsi. E in sala la risposta, nei fatti, era già pronta.

L’assenza più pesante: la sentenza quando non conviene

Il punto cruciale, però, è un altro. Durante lo spettacolo vengono presi di mira diversi pilastri della condanna di Stasi. Ma nel farlo, molte volte non si restituisce per intero ciò che i giudici hanno scritto. Si isola un elemento, lo si ironizza, lo si alleggerisce, lo si riduce a paradosso. Così il “mattone della confidenza”, l’assenza di difesa di Chiara, la dinamica della chiamata al 118, il dispenser del sapone, il DNA sui pedali della bicicletta, l’alibi informatico, la finestra temporale dei 23 minuti, la questione del movente legato alla cartella “Militare” vengono trattati come se la sentenza fosse un castello di suggestioni senza fondamenta.

E invece quelle motivazioni esistono, sono state scritte, dettagliate, discusse in anni di processi. Possono essere criticate, certo. Possono essere contestate. Ma non si possono semplicemente miniaturizzare per farle sembrare grottesche. È qui che il fact checking diventa indispensabile: non per difendere dogmaticamente una sentenza, ma per ricordare che esiste un livello di complessità che in teatro è stato spesso ridotto a caricatura.

La confidenza con l’assassino e il punto che viene tagliato

Uno dei passaggi ricorrenti è quello secondo cui Chiara, essendo una ragazza riservata ma non segregata, avrebbe potuto aprire la porta a molte altre persone, non solo a Stasi. Sul palco si insiste su questo: a Garlasco, in quei giorni, c’erano amici, parenti, conoscenti. Dunque il cerchio dei possibili visitatori sarebbe stato più largo di quanto sostenuto.

Ma il punto non è questo, o non è solo questo. Nella sentenza si dice che gli accertamenti su parenti, amici, colleghi e conoscenze non hanno evidenziato anomalie significative né frequentazioni sospette. E soprattutto si sottolinea che l’analisi delle tracce ematiche colloca l’aggressione già all’ingresso, con una totale assenza di reazione da parte di Chiara. Non viene cioè descritta soltanto una porta aperta a una persona nota, ma un livello di fiducia e di intimità tale da non far scattare alcuna difesa. Questo pezzo del ragionamento giudiziario sul palco resta sostanzialmente amputato.

La chiamata al 118 e il nodo delle scarpe pulite

Altro snodo decisivo è quello della telefonata al 118. A teatro viene presentata come la prova del fatto che Stasi sarebbe stato solo lo scopritore del cadavere, travolto dalla paura, incapace di reagire con lucidità, paralizzato dallo choc. Il pubblico viene accompagnato verso questa interpretazione psicologica, quasi compassionevole.

Eppure i giudici si erano soffermati su un punto estremamente concreto: se davvero Stasi avesse visto quella scena come scopritore, come si spiega l’assenza di sangue o DNA della vittima sulle sue scarpe, controllate subito? È un punto pesante, materiale, non letterario. Sul palco viene liquidato in fretta, evocando una perizia secondo cui il sangue potrebbe sparire in pochi passi. Ma il rapporto tra il racconto psicologico della “paralisi del terrore” e la materialità di quelle scarpe rimane uno dei nodi più duri del caso. E nella serata napoletana non viene davvero affrontato, viene alleggerito.

Il dispenser del sapone trattato come un dettaglio assurdo

Lo stesso accade con il dispenser del bagno. La battuta teatrale è semplice ed efficace: se uno si pulisce dopo un omicidio, perché dovrebbe lasciare impronte così pulite e ordinate? Funziona in scena, strappa consenso, fa sembrare l’indizio quasi ridicolo.

Ma la sentenza, di nuovo, ragiona in altro modo. Fa notare che l’impronta attribuita a Stasi è relativa a un dito che normalmente non verrebbe coinvolto in un uso abituale del dispenser, e collega proprio quella pulizia anomala all’ipotesi di un lavaggio accurato dell’oggetto. Non è una formula comica, è una deduzione indiziaria. Può essere contestata, ma dovrebbe essere esposta per intero prima di essere demolita. Altrimenti il pubblico applaude contro una versione semplificata dell’accusa, non contro la sua formulazione reale.

I pedali, la bici e la comicità del “meccanico assassino”

Tra i momenti più emblematici c’è quello sui pedali della bicicletta. Dal palco si ironizza: davvero un assassino si metterebbe a cambiare i pedali dopo aver ucciso? Davvero si comporterebbe come un meccanico? La battuta serve a trasformare in assurdità ciò che la sentenza considera invece un tassello indiziario importante, soprattutto alla luce del DNA della vittima rinvenuto proprio su quell’unico componente “dissonante” rispetto al resto della bicicletta.

È vero che durante lo spettacolo viene proposta anche una spiegazione alternativa, cioè la biciclettata fatta insieme al santuario pochi giorni prima. Ma il tono generale resta quello della derisione, con l’aggiunta di allusioni a misteriose telefonate e a una comparsa quasi magica del DNA. Anche qui il dubbio non viene usato per chiarire. Viene usato per evocare sospetto.

I 23 minuti, la tesi e il racconto dell’impossibile

Poi c’è l’alibi informatico. Sul palco si insiste sulla famosa finestra di 23 minuti, presentata come troppo stretta, quasi materialmente incompatibile con l’omicidio, il rientro, il ripristino di una normalità produttiva. De Rensis insiste su un argomento forte: è plausibile che un ragazzo possa tornare a lavorare bene alla propria tesi, fino a prendere 110 alla Bocconi, subito dopo un delitto simile?

È una domanda a effetto, naturalmente. Ma è una domanda che sposta il baricentro sul verosimile psicologico, non sul possibile processuale. Eppure un processo non si regge sulla nostra idea di ciò che “sembra umano” fare dopo un crimine. Si regge sulla ricostruzione di atti, tempi, compatibilità, tracce. Lo spettacolo lavora invece quasi sempre per identificazione emotiva: “io al posto suo potrei comportarmi così?”. È una leva fortissima davanti a un pubblico. Ma non è automaticamente un buon criterio di verifica.

Il movente, la cartella “Militare” e ciò che non si può sapere

Uno dei passaggi più delicati è quello relativo alla cartella “Militare”, contenente materiale pornografico. Dal palco si dice, in sostanza, che guardare pornografia non trasforma nessuno in un assassino e che non c’era nulla di così mostruoso da farne il detonatore di un delitto. Anche questo, preso da solo, può suonare ragionevole.

Ma il punto non è mai stato semplicemente la pornografia come causa meccanica dell’omicidio. Il punto, nella sentenza, è un altro: che il contenuto di quella cartella potesse aver provocato una reazione, una domanda, una discussione. E su questo noi non possiamo sapere cosa pensasse Chiara, né come avrebbe reagito vedendo determinate immagini. Sul palco, invece, si assume quasi implicitamente che non ci fosse nulla capace di urtare la sensibilità della ragazza. È una scorciatoia narrativa. E anche piuttosto comoda.

Il grande assente è sempre Chiara Poggi

Ma l’elemento più disturbante della serata, più ancora delle omissioni, è il posto assegnato a Chiara Poggi. Un posto minuscolo. Ogni tanto viene evocata come “povera Chiara”, come “ragazza meravigliosa”, come giovane donna brillante, laureata con 110 e lode. Ma sono inserzioni brevi, quasi obbligate, dentro un racconto che non è mai davvero il suo.

Il “massacro”, il “cannibalismo”, il dolore pubblico, la persecuzione mediatica: tutto viene riferito soprattutto a Stasi. È lui a essere narrato come persona travolta, sbranata, manipolata, deformata. Lei, che è morta, resta invece la figura che giustifica il racconto ma non lo abita. E questo, per uno spettacolo che parla di un femminicidio, è forse il punto più stonato di tutti.

Perché si può discutere di revisioni, di errori, di perizie, di indizi. Si può perfino ritenere che una sentenza vada riletta. Ma non si può trasformare la vittima in un’ombra e l’imputato nel protagonista assoluto di una grande narrazione empatica senza pagare un prezzo etico e narrativo.

Più che il dubbio, una certezza già confezionata

Alla fine della serata resta questa impressione: non si è assistito a una vera esplorazione del dubbio, ma a una sua messa in scena. Il dubbio come personaggio, come maschera, come alibi retorico per accompagnare il pubblico verso una conclusione precisa: Stasi potrebbe essere innocente, forse è innocente, probabilmente è innocente, in fondo volete davvero continuare a credere alla sua colpevolezza?

È legittimo tentare di convincere. Ma allora bisogna dirlo per quello che è. Non un’indagine aperta, non è un confronto equilibrato. Non una ricognizione completa. Piuttosto una difesa pubblica molto ben costruita, che seleziona gli elementi favorevoli, ridimensiona quelli contrari, moltiplica le zone d’ombra e affida all’emotività il compito di scavare dove i processi hanno già deciso.

E allora sì, il dubbio esiste. Ma non necessariamente dove il palco vuole collocarlo. Il dubbio nasce anche davanti a uno spettacolo che dice di cercare verità e invece sembra voler produrre adesione. Nasce quando la cronaca nera diventa tifo. Quando una condanna definitiva viene trattata come un abbaglio quasi farsesco. Quando il pubblico ride contro magistrati e investigatori come se fosse a un cabaret giudiziario. E nasce soprattutto quando una ragazza uccisa sparisce quasi del tutto, mentre il suo assassino condannato diventa il solo personaggio degno di essere capito, ascoltato e forse assolto.

Delitto di Garlasco, il teatro del dubbio assolve Stasi

In un’eventuale revisione processuale saranno i tribunali, se e quando ci arriveranno, a doversi pronunciare. Il teatro può raccontare, interrogare, persino provocare. Ma se pretende di fare fact checking, allora deve avere il coraggio di non tagliare i pezzi scomodi. E soprattutto di ricordare, dall’inizio alla fine, che questa storia non comincia con Alberto Stasi e non finisce con Alberto Stasi. Comincia con Chiara Poggi, una ragazza uccisa in casa sua. E finché questo dettaglio verrà trattato come una parentesi nel grande romanzo dell’innocenza di lui, ci sarà sempre qualcosa di profondamente sbagliato.