“Mi ha segnata più di quanto pensassi”. Valentina Fradegrada lo dice senza enfasi, ma con quella lucidità che arriva solo dopo che la tempesta è passata — almeno in aula. La modella e influencer, milioni di follower tra Instagram e TikTok, conosciuta anche per il matrimonio con Kevin Prince Boateng e per il trend del “bikini upside down”, torna a parlare pubblicamente della vicenda dello stalker che l’ha tormentata e che si è chiusa con un processo.
Il punto da cui parte è una frase che brucia quasi quanto la persecuzione stessa: “La gente dice che me lo meritavo solo perché pubblico foto in costume”. Un ragionamento che lei definisce “un discorso molto serio”, perché dietro l’apparente banalità di uno scatto in bikini si annida l’idea che l’esposizione sui social possa trasformarsi in autorizzazione alla molestia. “Ma nessuna donna merita di passare quello che ho passato io”, chiarisce.
La storia inizia a Como, dove viveva. Ammette di aver “peccato di ingenuità”, mostrando troppo della propria casa sui social. Poi l’escalation: messaggi ossessivi, contatti insistenti con persone a lei vicine, una presenza che da virtuale diventa reale. L’uomo, racconta, scriveva a tutti, costruiva una narrazione delirante in cui lei gli avrebbe “tolto il figlio”. Un mondo parallelo che cresceva nell’ombra degli schermi.
La sera in cui lo stalker si presenta sotto il suo palazzo, l’incubo prende corpo. “Mi ha detto una frase che non dimenticherò mai: ‘Scendi e la risolviamo tra di noi o chiamo la polizia’”. In quelle parole, spiega, c’era una minaccia ambigua e una pressione psicologica insostenibile. A quel punto scatta la richiesta di aiuto: interviene la vigilanza, arrivano i carabinieri, si attiva il codice rosso.
Dalle indagini emerge che quell’uomo era arrivato dalla Sicilia, aveva posizionato telefoni per riprendere la scena, aveva scritto persino ai suoi genitori. Un’ossessione che si era trasformata in controllo, in costruzione di prove immaginarie, in una realtà parallela che rischiava di travolgerla. Eppure, racconta, in aula non si è sentita solo vittima. “L’avvocato dello stalker disse in sua difesa: ‘È un uomo, è normale che segua i suoi istinti’”. Una frase che, per Fradegrada, è stata un secondo colpo. Perché sposta il baricentro: non più la responsabilità dell’aggressore, ma l’istinto maschile come attenuante implicita.
Lei respinge quell’impostazione. Non chiede vendette, non parla di risarcimenti. “Volevo solo che fosse aiutato”, dice, spiegando di non aver avanzato pretese economiche. La sua battaglia, semmai, è culturale: smontare l’idea che l’esposizione sui social equivalga a disponibilità, che un bikini indossato al contrario possa diventare una giustificazione morale per una persecuzione.
Il paradosso è che ciò che l’ha resa popolare — un dettaglio di costume, un trend, un’immagine studiata — è stato usato da alcuni come pretesto per legittimare la violenza subita. Ma la linea che traccia oggi è netta: pubblicare una foto non significa aprire la porta di casa. Mostrarsi non significa concedersi. E soprattutto, nessuna donna “merita” uno stalker per come sceglie di vestirsi o di raccontarsi.
La vicenda giudiziaria si è chiusa. Le ferite, no. E il racconto di Fradegrada non è una rivincita glamour, ma una messa a fuoco: l’odio digitale può diventare presenza fisica, e l’istinto evocato in aula non è un alibi. È un problema.







