Esplosione al parco degli Acquedotti: i due morti sotto le macerie stavano costruendo una bomba. Identificata una coppia di anarchici

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Esplosione al parco degli AUna deflagrazione nel buio, poi il tetto che viene giù, le macerie, il silenzio e soltanto il giorno dopo la scoperta dei corpi. L’esplosione avvenuta alle 21 di giovedì 19 marzo all’interno del Casale del Sellaretto, nel parco degli Acquedotti, ha aperto un’inchiesta pesantissima. Le vittime sono un uomo e una donna, identificati come Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. La pista su cui si stanno concentrando gli investigatori è quella anarchica. L’ipotesi, allo stato, è che i due si trovassero nel rudere per confezionare un ordigno artigianale e che qualcosa sia esploso mentre lo maneggiavano.

A rendere subito delicato il quadro è stato il profilo dei due morti. Entrambi, secondo quanto emerge dagli accertamenti, gravitavano nell’area anarchica vicina ad Alfredo Cospito. Non è un dettaglio laterale e infatti già nelle ore successive al ritrovamento dei corpi, oltre agli agenti del commissariato Romanina, alla Polizia Locale e ai vigili del fuoco, sul posto sono arrivati anche gli uomini della Digos, il segmento investigativo che si occupa anche di estremismo politico e terrorismo interno. Un passaggio che racconta da solo la direzione presa dall’inchiesta.

Sara Ardizzone, Alessandro Mercogliano e il legame con l’area di Cospito

Uno degli elementi che più pesa nell’indagine riguarda soprattutto Sara Ardizzone. La donna era stata indagata nell’inchiesta Sibilla insieme ad Alfredo Cospito. Ed è proprio un suo passaggio pubblico, pronunciato in aula durante l’udienza preliminare del 15 gennaio 2025, a tornare adesso con forza dentro il fascicolo aperto dopo l’esplosione. In quella occasione Ardizzone aveva letto una dichiarazione spontanea che oggi viene riletta dagli investigatori anche alla luce della tragedia del parco degli Acquedotti: “Sono anarchica. Come anarchica sono nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato”.

Anche Mercogliano, secondo gli elementi raccolti finora, era finito sotto indagine nello stesso contesto. È per questo che la Squadra mobile di Roma, diretta da Giovanni De Stavola, si è mossa da subito nella stessa direzione, cercando collegamenti, presenze, eventuali frequentazioni e soprattutto una possibile finalità dietro l’attività che i due stavano svolgendo nel casale. Gli investigatori dovranno stabilire se davvero stessero assemblando un ordigno, quale potesse essere il bersaglio e se quel rudere sia stato usato anche da altre persone nelle ore precedenti o successive alla deflagrazione.

L’ipotesi dell’ordigno e i materiali trovati tra le macerie

È un’inchiesta che si muove tra prudenza e indizi pesanti. Tra le macerie, infatti, sarebbero stati recuperati materiali e oggetti ritenuti utili per ricostruire quanto accaduto all’interno dello stabile abbandonato. Il dato che più colpisce, e che rafforza l’ipotesi dell’ordigno artigianale, riguarda il corpo di Mercogliano, ritrovato con una mano amputata. Un particolare che, per chi indaga, non può essere considerato marginale e che spinge verso la pista dell’esplosivo maneggiato in prima persona.

I vigili del fuoco hanno lavorato a lungo anche per escludere che sotto i detriti potessero esserci altri corpi. Era un passaggio obbligato, perché il Casale del Sellaretto, pur essendo una struttura abbandonata, in passato era stato utilizzato più volte come riparo di fortuna da senza fissa dimora. Ma più si andava avanti con i rilievi, più la scena sembrava raccontare altro. Non un crollo casuale, non una presenza occasionale, ma un’attività specifica svolta in un luogo appartato e lontano da sguardi indiscreti.

L’allarme al 112, il casale e lo sconcerto dei residenti

L’allarme non è scattato subito dopo l’esplosione, ma soltanto alle 9 del mattino di venerdì, quando un passante che frequenta abitualmente l’area ha notato il crollo di una parte del casale e ha chiamato il 112. È da quel momento che la macchina dei soccorsi e delle indagini si è messa in moto. Il casolare si trova a poca distanza dai binari dell’alta velocità, nel tratto tra Roma e Napoli, un elemento che aggiunge ulteriore delicatezza all’intera vicenda, anche se al momento non risultano collegamenti diretti tra la posizione del rudere e un eventuale obiettivo.

Sul posto sono intervenuti in prima battuta il settimo gruppo della Polizia Locale, gli agenti del commissariato Romanina e i vigili del fuoco. Poi la presenza della Digos ha dato un nome preciso al sospetto investigativo. Infine sono arrivati anche i carabinieri. Attorno al parco degli Acquedotti, intanto, è rimasto lo sconcerto dei residenti, abituati a vivere quella zona come uno spazio quotidiano, familiare, di passeggiate e passaggi ordinari. “Fino a qualche anno fa ho visto spesso una signora che viveva nel casale”, ha raccontato il residente Giovanni Trivisonno. “Ma parliamo di tanti anni fa. Ogni tanto mi capitava di incontrare il pastore. Ma queste persone non le avevo mai viste. È una tragedia”.

Esplosione al parco degli Acquedotti: i due morti sotto le macerie stavano costruendo una bomba?

È proprio qui che l’inchiesta si fa più delicata. Perché dietro a due morti in un rudere non c’è soltanto la cronaca nera di una deflagrazione. C’è il possibile ritorno di una trama eversiva, c’è la verifica di eventuali contatti, c’è la necessità di capire se quella esplosione abbia interrotto un progetto già in fase operativa oppure qualcosa di ancora embrionale. La risposta arriverà dalle consulenze tecniche, dall’analisi dei reperti, dai tabulati e da tutto ciò che gli investigatori riusciranno a estrarre da una scena già devastata dalla violenza dell’esplosione. Per ora resta un punto fermo: al parco degli Acquedotti non si indaga solo su una morte accidentale, ma su un’ipotesi che porta dritta dentro l’universo anarchico e alle sue possibili diramazioni.cquedotti, pista anarchica