Parrucchiere, cene, fiori, rimborsi per pasti e spese considerate non attinenti all’attività istituzionale. E poi l’uso dell’auto di servizio per spostamenti privati, benefit ricevuti da una compagnia aerea vigilata e una sanzione milionaria che, nel tempo, si è prima ridotta e poi annullata.
È il quadro che emerge dagli atti dell’inchiesta aperta dalla Procura di Roma sul Garante per la protezione dei dati personali, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati dei quattro membri del Collegio: il presidente Pasquale Stanzione e i componenti Agostino Ghiglia, Ginevra Feroni Cerrina e Guido Scorza.
L’inchiesta della magistratura sul Collegio del Garante per la Protezione dei Dati Personali arriva in un clima già carico di tensioni, sospetti e fratture interne. Un’indagine che ipotizza i reati di peculato e corruzione e che, secondo Sigfrido Ranucci, non rappresenta affatto un evento inatteso.
“Questa inchiesta mi ha sorpreso fino a un certo punto, perché sono convinto che quell’ufficio abbia delle criticità e delle anomalie da anni”, afferma il conduttore di Report parlando con ANSA. Una valutazione che va ben oltre l’attualità giudiziaria e che riporta il caso dentro una linea di continuità fatta di segnalazioni, inchieste giornalistiche e conflitti mai chiariti.
Ranucci respinge con forza una delle accuse più ricorrenti rivolte alla sua trasmissione: quella di essersi occupata del Garante solo dopo la sanzione inflitta a Report. “Uno degli errori maliziosi che sono stati commessi è stato quello di dire che noi ci siamo occupati del garante dopo la sanzione. Non è vero, perché il lavoro di ricerca della nostra squadra dura da tempo”, chiarisce. E ricorda come già due anni fa avesse denunciato pubblicamente un problema più profondo: “Lanciai l’allarme sull’intermissione dell’autorità nelle vicende giornalistiche, con limitazioni della libertà di stampa, da parte di un collegio asservito alla politica”.
Parole che assumono un peso particolare alla luce delle contestazioni contenute negli atti dell’inchiesta: rimborsi per spese ritenute non inerenti all’attività istituzionale, benefit e utilizzo disinvolto delle risorse pubbliche, fino all’uso dell’auto di servizio per finalità estranee alla funzione dell’Autorità. Elementi che, secondo la Procura, delineerebbero una gestione opaca e personalistica.
Eppure, sottolinea Ranucci, il tema delle dimissioni non nasce oggi. “Oggi chiedono tutti le dimissioni di questo collegio, ma io non le chiedo. Le ho chieste prima”, rivendica. In particolare, quando Report aveva documentato “i conflitti di interesse che aveva Stanzione con i legali di Sangiuliano” e “come fossero stati forzati alcuni passaggi nella procedura sull’ex ministro”.
Un passaggio centrale del racconto riguarda il rapporto con i dipendenti dell’Autorità. “Le dimissioni le avrebbero dovute dare quando le hanno chieste i dipendenti”, spiega Ranucci, riferendosi al tentativo di individuare la cosiddetta “talpa” interna. “Si è cercato di violare la loro privacy per scoprire chi fosse la fonte di Report, come se fosse una sola persona. In realtà la storia nasce dall’insofferenza di molteplici dipendenti per la gestione di questo ufficio”.
Una gestione che, secondo il giornalista, avrebbe definitivamente compromesso l’eredità dell’Autorità: “Ha squalificato la gestione nobile di Rodotà”, afferma, evocando una stagione in cui il Garante veniva percepito come presidio indipendente dei diritti fondamentali e non come un soggetto in conflitto con il mondo dell’informazione.
Il giudizio finale è durissimo e affonda sul piano etico prima ancora che giudiziario. “Continuano ad andare avanti come il pianista del Titanic”, dice Ranucci, “perché non vogliono rinunciare a uno stipendio di 250 mila euro con tutti i benefit che si sono riconosciuti”. E chiude con una domanda retorica che fotografa il clima di sfiducia: “Dovrebbero cercarsi un altro lavoro, ma in queste condizioni chi gli darebbe in mano anche solo la guida di un’automobile?”.
L’inchiesta dovrà ora accertare eventuali responsabilità penali. Ma il quadro tracciato dal conduttore di Report suggerisce che il problema non sia circoscritto a singoli episodi: riguarda il ruolo stesso di un’Autorità chiamata a tutelare privacy, diritti e libertà di stampa, e che oggi si trova al centro di una crisi di credibilità senza precedenti.







