Garlasco sbarca a teatro e De Rensis diventa una star: al Diana di Napoli il caso Stasi si trasforma in tifo, selfie e idolatria

di Raffaella Aquino

NAPOLI: Non è mai davvero finita. Il delitto di Garlasco è diventato qualcosa di più di un caso giudiziario: è un racconto che si autoalimenta. 

Era il 13 agosto 2007 quando Chiara Poggi, 26 anni, venne trovata senza vita nella sua casa. Diciotto anni dopo, siamo ancora qui. A guardare, commentare, aspettare.

A teatro, a Napoli, Giuseppe Brindisi con gli avvocati Antonio De Rensis e Giada Bocellari hanno riportano il caso sotto i riflettori. Ma la verità è che i riflettori non si sono mai spenti. Nel 2015 è stato condannato in via definitiva Alberto Stasi, eppure il bisogno di tornare sopra questa storia non si è mai esaurito.

È lo show della cronaca nera: frammenti, aggiornamenti, spiragli che si aprono e si richiudono subito. Una sequenza infinita di “quasi svolte” che crea dipendenza. A Napoli non è andato in scena soltanto uno spettacolo teatrale. Al Diana, con Potresti essere tu – il caso Garlasco, è salita sul palco soprattutto la mutazione definitiva di uno dei più celebri casi di cronaca nera italiani in un prodotto da consumo collettivo, da vivere come un evento popolare, quasi da tifare. E in questo ribaltamento impressionante, il personaggio più atteso non era neppure il giornalista Giuseppe Brindisi, autore del monologo, ma Antonio De Rensis, l’avvocato di Alberto Stasi, accolto da una parte del pubblico come si accoglie una star televisiva.

Già fuori dal teatro si capiva l’aria che tirava. La folla si accalcava, si spingeva, si allungava verso le porte di vetro, cercando un volto, una comparsa, un’occasione. Non il raccoglimento che forse ci si aspetterebbe davanti a una vicenda tanto feroce, ma il fervore eccitato di chi vuole esserci, vedere da vicino, portarsi a casa una foto. “Corri che c’è l’avvocato De Rensis. Se ti muovi riusciamo a farci un selfie”, si sente dire tra la gente. Basta questa frase a spiegare tutto. Il delitto di Garlasco, più che un caso giudiziario, è diventato un universo parallelo fatto di personaggi riconoscibili, fandom trasversali, fedeltà assolute.

Quando De Rensis arriva, accompagnato dall’ex procuratore generale di Napoli Luigi Riello, l’impressione è quella di un ingresso da personaggio pubblico assediato dai fan. Schiva, accelera, tira dritto. Ma la curiosità intorno a lui resta densissima. Poco dopo tocca ad Alessandro De Giuseppe, volto noto delle Iene e da anni impegnato sul caso. Anche lui viene intercettato, fermato, chiamato, fotografato. Una signora si avvicina e gli dice apertamente: “Sono una tua fan”. È una scena rivelatrice. Perché a quel punto il centro del racconto non è più il delitto, non è più Chiara Poggi, non è più nemmeno la domanda sulla verità. Il centro diventa il circo mediatico cresciuto attorno al caso.

Dentro il teatro il clima non cambia, anzi si intensifica. Gli spettatori entrano in sala come se stessero per assistere a una prima mondana, ma con l’adrenalina di chi conosce già perfettamente trama, personaggi e colpi di scena. E infatti li conosce. Li ha seguiti per mesi, forse per anni, tra talk show, dirette social, interviste, podcast, speciali televisivi e discussioni infinite online. Quando De Rensis viene avvicinato, il tono è quello del piccolo culto popolare. “Siamo le bambine di De Rensis”, gridano alcune donne, tra il divertito e il serissimo, mentre provano a strappare una foto. Un ragazzo gli stringe la mano dicendo di seguirlo tutti i giorni da un anno. Una ragazza, con entusiasmo quasi disarmante, se ne esce con una frase che da sola racconta la deriva: “Se mai dovessi finire in galera so a chi affidarmi”.

Ed è qui che il confine tra informazione, spettacolo e idolatria salta del tutto. Il teatro si riempie di un pubblico che arriva già schierato, già convinto, già impermeabile a qualsiasi reale complessità. Quando Brindisi inizia il suo monologo e si presenta come “il dubbio”, il meccanismo sembra voler evocare un’analisi critica, una riflessione aperta. Ma la sala, in realtà, quel dubbio non lo abita davvero. Lo usa, semmai, per rafforzare convinzioni già granitiche. I temi evocati sono quelli che da anni alimentano la disputa su Alberto Stasi: l’orario della morte, il racconto del ritrovamento del corpo, il lavandino, le impronte, la bicicletta, i pedali, i tempi dell’aggressione. Materia già consumata, scomposta e ricomposta decine di volte nel tritacarne pubblico.

Il pubblico accompagna ogni passaggio con la sicurezza degli iniziati. Non ascolta per interrogarsi, ma per ritrovare una conferma. Ci si parla tra poltrone, ci si annuisce, ci si riconosce. L’impressione è quella di una comunità compatta che non entra per capire, ma per sentirsi dire ciò che pensa già. “Stasi è innocente, lo hanno incastrato”, è la convinzione che serpeggia con insistenza. E quando il discorso sfiora gli investigatori della prima indagine, il brusio si alza, si carica, diventa quasi rabbia da stadio. Qualcuno urla persino: “Devono passare un guaio”. È il momento in cui il teatro smette di essere teatro e assume la forma di una curva emotiva.

Alla fine della serata, dopo tre ore di racconto, Brindisi chiude tornando sul punto decisivo: Alberto Stasi in carcere da 3772 giorni e la domanda su quanti tra i presenti temano che sia detenuto un innocente. Ma anche quel finale, che vorrebbe scuotere, sembra in realtà certificare il senso profondo dell’operazione. Più che aprire un dubbio, lo spettacolo appare come una cassa di risonanza di convinzioni già blindate. All’uscita, infatti, nessuno sembra più incerto. Al contrario. Una donna lo dice chiaramente: era convinta prima e lo è ancora di più dopo. Non un dubbio nuovo, ma una certezza rinsaldata.

Ed è forse questo il dettaglio più potente e più inquietante della serata napoletana. La vittima, Chiara Poggi, scivola quasi sullo sfondo, schiacciata dal protagonismo degli interpreti del caso, dal fascino televisivo degli ospiti, dalla fame di selfie, dalla costruzione di una narrazione che ormai vive di dinamiche proprie. Garlasco non è più soltanto un omicidio che chiede verità, prudenza e misura. È diventato un racconto nazionale dove si entra scegliendo una fazione, un volto da ammirare, una tesi da difendere. E così quel titolo, Potresti essere tu, finisce quasi per sembrare sbagliato. Perché più che parlare di chiunque, racconta precisamente noi: un Paese che davanti alla cronaca nera non riesce più a trattenersi, la consuma, la idolatra, la trasforma in appartenenza.