La vicenda di cronaca del giornalista 48enne, arrestato per pedofilia insieme alla compagna (docente di ruolo), viene mantenuta sotto tono. Evidentemente crea non poco imbarazzo nel mondo della cosiddetta “stampa istituzionale”. Il nome del giornalista è blindatissimo, la scusa plausibile è che “i nomi non possono essere resi pubblici per non rendere identificabili i minori coinvolti”. I giornalisti di Rai, Mediaset e LA7 si irritano al solo sentire l’argomento: non vogliono parlarne, temono forse compromettersi a cospetto dei loro superiori, o dei numi che tutelano le rispettive carriere. Il mondo dell’informazione evita volutamente l’argomento, messo alle strette cambia discorso.
Due pesi e due misure
Intanto la gente comune si domanda come mai queste precauzioni non siano state usate nel caso della “famiglia del bosco”, di cui conosciamo nomi, cognomi e origine. Perché le stesse precauzioni non sono state osservate in tutti i casi di pedofilia che hanno visto sbattere in prima pagina l’identità dei mostri, con facile identificazione dei minori coinvolti. Invece per il giornalista, già vicedirettore di un TG su TV nazionale e oggi manager di un colosso della comunicazione, il “sistema” ha optato per la blindatura dell’identità: sorge il sospetto qualcuno voglia tutelare anche il giro delle “amicizie” del noto giornalista; gente con importanti carriere che, a voler malignare, potrebbe anche far parte di una sorta di rete Epstein in salsa italiana.
L’ombra dei “File Epstein” e l’omertà della TV
Del resto nei “file Epstein” figurano i nomi d’italiani con importanti carriere nei mondi della politica, dell’editoria, del cinema, della tivù, delle banche. Che dire, il potere si scuda, quindi blinda l’anello debole finito in carcere. Del resto, ad oggi, nessuno degli altisonanti nomi coinvolti nelle “iniziazioni” pedofile e violente di Epstein è stato ristretto da Scotland Yard o dall’FBI. Nemmeno il principino britannico o Bill Gates. Nessuno di loro è stato messo sotto interrogatorio. Che il mondo della tivù sia contaminato lo ha dimostrato anche il caso Signorini, o le varie vicende emerse dai meandri delle principali televisioni italiane. Tutto si sa ma non se ne può parlare. Tangenti sessuali? Pedopornografia e pedofilia? Violenze e ricatti? Si lascia all’uomo di strada ogni immaginazione. Ma guai a fare nomi e cognomi, si rischiano cause e richieste risarcitorie proporzionate a patrimonio e carriera del vip tirato in ballo.
La legge è davvero uguale per tutti?
Insomma è come sosteneva Mario Draghi sotto pandemia, “ci sono i normali e poi c’è il potere”. La legge, quella che fa paura e che ci illude con i referendum, rimane rispettosa verso classi e censo: incline a condannare con pene certe ed inflessibili il contadino di paese che ha costruito un pollaio abusivo.
di Ruggiero Capone







