Gli audio di Sempio su cani e gatti investiti aprono il nuovo fronte di polemica sul caso Garlasco (VIDEO)

Andrea Sempio

Nel caso Garlasco sta succedendo sempre più spesso una cosa precisa: tutto diventa materiale da racconto, anche quando non ha un vero peso investigativo. È il destino toccato ad alcuni audio attribuiti ad Andrea Sempio, oggi indagato nell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi in concorso con Alberto Stasi o con ignoti. Frasi captate anni fa in auto, riferimenti a un gatto, a un cane, a una reazione istintiva nel traffico. Elementi che, una volta estratti dal loro contesto e rilanciati pubblicamente, finiscono per suggerire una lettura morale della persona. Ma un conto è l’impressione che si vuole provocare, un altro è il loro valore reale rispetto al delitto.

Il punto dovrebbe essere semplice. Se un audio non chiarisce nulla sulla scena del crimine, sul movente, sulla dinamica, sulle prove o sugli elementi oggettivi dell’indagine, allora il suo uso pubblico finisce inevitabilmente per spostarsi altrove: sul carattere, sul tono, sull’immagine personale dell’indagato. E qui sta il problema. Perché il rischio è quello di costruire attorno a una figura un profilo psicologico indiretto, insinuato, quasi epidermico, che non dimostra niente ma suggerisce molto.

Frasi rilanciate, significato incerto

Le parole, rese pubbliche dal sito Bungalalla Crime e finite sotto i riflettori, sarebbero state pronunciate da Sempio nel 2017, durante intercettazioni ambientali effettuate in auto nel contesto della prima indagine nei suoi confronti, poi archiviata. In uno degli audio si sentirebbe una frase su un gatto: “Ho preso un gatto? C***o, cos’era? Ah, non lo so… Maledetto…”. In un altro passaggio, invece, si farebbe riferimento a un cane, con una frase pronunciata mentre l’animale attraversava la strada.

Prese così, nude e crude, queste parole hanno un impatto istintivo. Servono a costruire una reazione immediata, soprattutto nel pubblico che non conosce il contesto completo né la durata della conversazione. Funzionano perché evocano una durezza, una sgarbatezza, un possibile lato aggressivo. Ma proprio questo è il punto: evocano. Non provano.

Il nodo vero è il contesto che manca

A intervenire su questi audio è stato Armando Palmegiani, consulente di Sempio, che ha sostenuto come le intercettazioni sarebbero state diffuse in forma parziale e male interpretate. Sul passaggio relativo al gatto, il punto centrale starebbe proprio in quel “non lo so”, che cambierebbe radicalmente il senso della frase. Non l’ammissione di aver investito l’animale, ma il dubbio su cosa fosse accaduto davvero, con la successiva constatazione che il gatto non sarebbe stato colpito.

È una precisazione importante, non perché ribalti un elemento decisivo dell’inchiesta, ma perché mostra quanto sia fragile il terreno su cui ci si muove quando si estrapolano pochi secondi di audio e li si carica di significati ulteriori. Se manca il contesto, manca quasi tutto. E se manca quasi tutto, quello che resta è solo una suggestione.

Dal fatto al giudizio sul carattere

Sul cane il meccanismo è analogo. Anche in quel caso, il consulente sottolinea come nello stesso audio Sempio dica pure “Che bel cane”, a dimostrazione di un tono e di una situazione che, letti integralmente, potrebbero essere molto diversi da come appaiono se isolati in una manciata di parole. Ma al di là della disputa sulla corretta trascrizione o sul tono esatto, c’è una domanda più seria: che cosa dimostrerebbero questi audio sul delitto di Chiara Poggi? La risposta, allo stato delle cose, è molto vicina allo zero.

Ed è qui che il discorso cambia natura. Non si cerca più di aggiungere un tassello investigativo. Si prova piuttosto a corrodere un’immagine, a insinuare che dietro il volto ordinario di una persona ci sia qualcosa di meno rassicurante. È una strategia vecchia quanto i casi di cronaca più mediatizzati: se non hai un elemento forte da esibire, lavori di contorno, di atmosfera, di impressione.

Garlasco e la deriva del sospetto infinito

Il caso Garlasco vive da anni anche di questo. Ogni dettaglio, anche il più laterale, viene aspirato dentro una macchina narrativa in cui tutto può diventare indizio, simbolo o allusione. Una frase detta male. Un tono brusco. Una battuta infelice. Un gesto decontestualizzato. Tutto entra nel frullatore di un racconto che non distingue più con chiarezza tra rilevanza giudiziaria e potenza televisiva.

Il problema, però, è che così il caso finisce per trasformarsi in una specie di processo morale permanente. Non si discute solo di prove, riscontri, compatibilità e contraddizioni. Si discute di persone, di impressioni, di caratteri, di tratti presunti. E quando si arriva lì, il confine diventa pericolosamente mobile. Perché chiunque, preso in un momento sbagliato, in una frase sbagliata, in una reazione stupida o volgare, può essere fatto apparire peggiore di quello che è.

Gli audio non spiegano il delitto

Resta allora la questione essenziale: che rapporto hanno questi audio con l’omicidio di Chiara Poggi? Nessuno di per sé evidente. Non ricostruiscono i fatti del 13 agosto 2007. Non spiegano la scena del crimine. Non illuminano un movente. Non forniscono un dato materiale nuovo. Non colmano buchi probatori. Non stabiliscono un nesso tra una frase in auto e un delitto commesso anni prima.

Il peso mediatico contro il peso giudiziario

Hanno però un peso mediatico, eccome. Perché sono facili da rilanciare, da commentare, da trasformare in elemento emotivo. E il peso mediatico, soprattutto in un caso così saturo, spesso prova a sostituirsi al peso giudiziario. È questa la vera stortura. Non tanto la circolazione degli audio in sé, ma l’uso che se ne fa: non per capire di più, ma per orientare una percezione.

In casi del genere la prudenza non è buonismo, è metodo. Se una frase non ha una connessione concreta con il fatto contestato, andrebbe trattata per quello che è: materiale periferico, se non irrilevante. Altrimenti si apre una strada in cui ogni scivolata verbale diventa un segnale di colpevolezza possibile. E quella non è più informazione, è una costruzione suggestiva del sospetto.

Il rischio di parlare d’altro mentre si finge di parlare del caso

Alla fine, questi audio raccontano soprattutto un’altra cosa: il bisogno costante di alimentare il caso anche quando non ci sono elementi davvero nuovi. È come se attorno a Garlasco si fosse formata una pressione continua a produrre contenuti, a tenere acceso il fuoco, a trovare sempre un dettaglio da spingere in prima linea. Ma più il dettaglio è debole, più serve gonfiarlo emotivamente.

Così si finisce per parlare di animali, di frasi in auto, di tono della voce, di reazioni istintive. E intanto il centro si sposta. Non si parla più davvero del delitto, ma di tutto ciò che può stare attorno al delitto e servire a renderlo ancora narrabile. È una torsione che può sembrare secondaria, ma non lo è affatto. Perché trasforma il campo dell’indagine in un palcoscenico del carattere, e il palcoscenico del carattere in una scorciatoia per giudicare.

Se c’è un punto fermo, allora, è proprio questo: gli audio su cani e gatti possono far discutere, possono essere volgari, sgradevoli o maldestri, ma non spiegano l’omicidio di Chiara Poggi. E quando si pretende di farli pesare come se dicessero qualcosa sul delitto, si sta già facendo un’altra operazione. Non investigativa. Narrativa.