C’è una linea che separa il racconto dalla deformazione, l’indagine dal rumore, la critica dal puro spettacolo. È una linea sottile, ma riconoscibile. Nel caso dei deliri imbarazzanti di Fabrizio Corona quella linea è stata superata da tempo, travolta da una valanga di contenuti che non cercano di capire, ma solo di colpire. Non siamo davanti a un’inchiesta scomoda né a una contro-narrazione coraggiosa. Siamo davanti a un frullatore che mescola accuse, suggestioni, vita privata e insinuazioni, restituendo un prodotto tossico che viene consumato senza alcun filtro. Spazzatura non differenziata, appunto.
Il punto non è stabilire se Corona creda davvero di stare “smontando un sistema” o se stia semplicemente alimentando il mostro che ha costruito, monetizzandone ogni spasmo. Il punto è che, in entrambi i casi, il risultato è identico: un’escalation continua, una corsa a rilanciare sempre più in alto, sempre più sporco, sempre più personale. Perché la morbosità funziona così: non si accontenta, pretende nuove vittime, nuovi nomi, nuovi dettagli da masticare e sputare.
Il caso che ha investito Alfonso Signorini è stato solo l’innesco. Da lì in poi, la macchina non si è più fermata. Nonostante un provvedimento del Tribunale di Milano che disponeva la rimozione di contenuti ritenuti diffamatori e vietava nuove pubblicazioni, una nuova puntata di Falsissimo è andata comunque in onda, macinando numeri impressionanti: milioni di visualizzazioni, una diffusione capillare sui social, frammenti rilanciati ovunque, anche oltre i canali ufficiali. Un successo che ha il sapore amaro della gogna digitale, più che quello di un trionfo editoriale.
È qui che il fenomeno smette di essere “Corona” e diventa un problema più grande. Perché quella partecipazione entusiasta, quella fame di torbido, quella disponibilità a credere, condividere e applaudire qualsiasi cosa pur di assistere allo spettacolo, raccontano qualcosa di profondo sul clima culturale in cui viviamo. Non c’è quasi più distinzione tra ciò che è rilevante e ciò che è solo rumoroso. Tutto viene consumato allo stesso modo, con la stessa superficialità, con la stessa crudeltà.
Le presunte rivelazioni vengono trattate come intrattenimento leggero. Le frasi più violente diventano clip da rilanciare, battute da trasformare in meme, materiale grezzo per strappare una risata o un commento indignato. In questo processo scompare qualsiasi riflessione sugli effetti concreti di certe parole: sulle persone coinvolte, sulle loro famiglie, sul loro lavoro. Anzi, il fatto che i bersagli siano personaggi noti sembra legittimare tutto. Più sono visibili, più diventano sacrificabili.
Negli elenchi snocciolati con disinvoltura finiscono i volti più riconoscibili della televisione e dell’editoria Mediaset: Pier Silvio Berlusconi, Marina Berlusconi, Maria De Filippi, Maurizio Costanzo, Barbara D’Urso, Gerry Scotti, Ilary Blasi, Silvia Toffanin. Non come oggetto di un’analisi strutturata, ma come prede esibite una dopo l’altra. Non c’è contesto, non c’è verifica, non c’è un disegno che vada oltre l’impatto immediato. È un elenco che serve a impressionare, non a spiegare.
Chiamare tutto questo “giornalismo” è una forzatura. Anche le inchieste più dure seguono regole, hanno una deontologia, pongono limiti chiari. Qui invece i limiti vengono rivendicati come un ostacolo da abbattere, la prudenza come una colpa, il dubbio come un tradimento. La logica è semplice: se fai domande sei complice, se chiedi prove sei parte del sistema, se inviti alla cautela sei un censore. È un meccanismo perfetto per azzerare qualsiasi forma di spirito critico.
Ci sono momenti in cui questa deriva tocca livelli di imbarazzo difficili da ignorare, come quando la fragilità personale diventa materiale da esibire. La videochiamata con Claudio Lippi da un reparto di terapia intensiva è uno di quei punti di non ritorno: un confine superato non per denunciare un abuso, ma per dimostrare che nulla è più intoccabile, nemmeno il dolore. È lì che il racconto smette definitivamente di avere una giustificazione.
Il problema, però, non è solo chi produce questi contenuti. È chi li consuma. Basta scorrere i commenti per rendersene conto: toni violenti, sessismo esplicito, sarcasmo feroce. Non c’è ricerca di verità, ma desiderio di assistere a una caduta. Non c’è indignazione consapevole, ma eccitazione da branco. L’idea che tutto questo rappresenti una spallata al potere è un’illusione comoda. Perché il potere non viene messo in discussione: viene solo spettacolarizzato.
Anzi, il paradosso è che i metodi usati da chi si presenta come “anti-sistema” sono identici a quelli di chi vive da anni di visibilità online. Sputtanamento, polarizzazione, monetizzazione dell’odio, costruzione di tifoserie digitali pronte a difendere o attaccare a comando. È la stessa cassetta degli attrezzi, applicata a messaggi diversi. L’algoritmo non distingue tra giusto e sbagliato, tra denuncia e insulto: premia ciò che genera reazioni. E Corona questo lo sa benissimo.
Il risultato finale non è una rivelazione, ma un ambiente sempre più saturo, in cui il confine tra informazione e intrattenimento viene sistematicamente cancellato. Una fogna che non esplode all’improvviso, ma che trabocca lentamente, mentre ci si abitua all’odore. E forse la cosa più inquietante è proprio questa assuefazione: l’idea che tutto sia lecito, purché faccia rumore. In questo paesaggio, i deliri imbarazzanti non sono più un’eccezione. Rischiano di diventare la norma.







