Il mistero di Raul Gardini, la pistola spostata e i 75 miliardi scomparsi: dopo 33 anni Di Pietro rompe il silenzio sul suicidio che cambiò l’Italia

Ci sono voluti trentatré anni perché una delle immagini più inquietanti della storia repubblicana trovasse una spiegazione ufficiale. Non una verità definitiva, ma almeno un nome e un gesto. La pistola di Raul Gardini, quella Walther Ppk calibro 7.65 che la Scientifica trovò sul secrétaire della camera da letto e non accanto al corpo, non era finita lì per un misterioso spostamento notturno. A muoverla, dice oggi Antonio Di Pietro, fu lui stesso. «L’avevano già spostata, io l’ho presa con il fazzoletto». Parole che arrivano come un colpo di scena tardivo dentro un copione che l’Italia conosce a memoria e che pure non ha mai smesso di interrogare.

Alle nove del mattino del 23 luglio 1993 una voce chiama il 118 da piazza Belgioioso 2, nel cuore di Milano. «Abbiamo bisogno di un’ambulanza, è morta una persona». Dall’altra parte chiedono il nome. «Raul Gardini». In quel momento finisce la parabola dell’uomo che in dieci anni aveva trasformato il gruppo Ferruzzi-Montedison in una potenza mondiale, capace di sedersi allo stesso tavolo dei giganti americani e tedeschi. Finisce anche l’illusione che Tangentopoli potesse essere solo un regolamento di conti giudiziario e non un terremoto destinato a spazzare via un’intera classe dirigente.

Gardini è steso sul letto, un colpo alla tempia. Attorno a lui un silenzio irreale, rotto solo dall’arrivo dei magistrati e dei giornalisti. Il caso viene archiviato come suicidio, ma fin dal primo momento le anomalie sono troppe per essere ignorate. La pistola lontana dal corpo, le versioni discordanti del maggiordomo, i tempi degli interventi, la presenza quasi immediata di Di Pietro, che quel giorno avrebbe dovuto interrogarlo.

Nella puntata di “Una giornata particolare” di Aldo Cazzullo, l’ex pm di Mani Pulite racconta ciò che non aveva mai detto. «Quando sono arrivato abbiamo preso atto che si era ucciso. L’arma l’ho presa io con un fazzoletto». Un dettaglio tecnico che, a distanza di decenni, spiega perché la Walther fosse stata ritrovata sul mobile e non nella mano dell’imprenditore.

Il maggiordomo Franco Brunetti aveva sempre sostenuto di aver visto la pistola nella destra di Gardini senza toccarla. Versioni che non combaciavano e che alimentarono libri, inchieste, dietrologie. Oggi quel tassello sembra rimettersi al suo posto, ma il quadro resta comunque fosco. Perché attorno alla morte del manager non c’era solo un dramma personale: c’era un pezzo enorme di potere italiano che tremava.

Di Pietro non nasconde il nodo vero della vicenda. «Doveva dirci a chi aveva dato le tangenti provenienti dalla provvista di 150 miliardi. Mi doveva dire quel che mancava per chiudere il cerchio». Di quei soldi, ammette l’ex magistrato, ne mancano ancora 75. Un buco nero che attraversa la storia di Enimont, la joint venture tra Eni e Montedison nata per fondere chimica pubblica e privata e finita invece come il più grande affare corruttivo della Prima Repubblica.

L’accordo era chiaro: collaborazione in cambio di libertà. Ma Gardini, carattere corsaro e orgoglio smisurato, temeva il carcere più di ogni cosa. «Credo che questo lo abbia determinato a suicidarsi», dice Di Pietro. Una lettura che divide ancora oggi. C’è chi vede nell’imprenditore un uomo schiacciato dal sistema che lui stesso aveva alimentato, e chi invece lo considera l’ultimo depositario di segreti indicibili.

Attorno a quella stanza di Palazzo Belgioioso ruotava un Paese intero. La guerra tra il pool di Milano e Bettino Craxi era al suo apice. Di Pietro e il leader socialista si fronteggiavano come cacciatore e cinghiale, tra aule di tribunale, piazze infuocate e un’opinione pubblica che tifava per i magistrati come per una nazionale.

Craxi finirà ad Hammamet, latitante per gli uni, esule per gli altri. «Per me latitante», taglia corto Di Pietro, ricordando che non si trattava solo di finanziamenti illeciti ma di soldi finiti nelle tasche private. La figlia Stefania replica ancora oggi parlando di una grande ingiustizia, di prestanome mai puniti e di una Seconda Repubblica nata sulle macerie di verità parziali.

La puntata di Cazzullo accosta lo scandalo Gardini a quello della Banca Romana del 1892, quando politica e finanza si intrecciarono in modo altrettanto torbido. Da quelle ceneri nacque la Banca d’Italia, custode oggi di un tesoro da 197 miliardi di euro tra lingotti, pepite e monete. Nel caveau di via Nazionale riposano perfino lingotti con falce e martello e altri marchiati con l’aquila nazista: reliquie di un Novecento in cui il potere economico ha sempre parlato la lingua dei simboli.

Gardini non era solo un imprenditore. Era agroindustria, chimica, scalate finanziarie, America’s Cup, relazioni internazionali. Un uomo che sognava di portare l’Italia tra i grandi e che finì travolto da un sistema di tangenti che lui stesso aveva contribuito a costruire. La sua morte chiuse un’epoca ma non ne spiegò i meccanismi. Oggi la confessione di Di Pietro risolve un dettaglio tecnico ma non risponde alle domande più scomode: chi beneficiò davvero dei 75 miliardi mancanti? Chi aveva interesse a che Gardini non parlasse? E quanto della Seconda Repubblica nacque sulle ceneri di quel silenzio?

A rivedere le immagini di quei giorni sembra di toccare con mano un’Italia lontanissima eppure identica. Gli stessi intrecci tra politica e affari, le stesse zone d’ombra, la stessa tendenza a chiudere i capitoli prima di averli letti fino in fondo. La pistola spostata ora ha un autore, ma il romanzo resta aperto. Forse è questo il vero lascito di Raul Gardini: aver portato con sé, in quella stanza di Palazzo Belgioioso, un pezzo decisivo della nostra storia recente. Un segreto che nemmeno trentatré anni, né una confessione tardiva, sono riusciti a sciogliere del tutto.