Il Paese delle lame, scuola e movida sotto shock: il caso Abanoub Youssef e la scia di coltelli tra giovanissimi che non accenna a fermarsi

C’è un oggetto che, più di altri, sta cambiando la temperatura del Paese. Non è un telefono, non è un monopattino, non è nemmeno l’ennesimo simbolo di una moda che passa. È una lama. Piccola, pieghevole, comprabile con facilità, spesso a prezzi ridicoli. E soprattutto è un’idea: la convinzione che, per stare in strada o perfino per stare in classe, serva qualcosa che “ti fa rispettare”. L’omicidio del diciottenne Abanoub Youssef, ucciso a scuola da un compagno di classe, è l’ultimo fotogramma di questa deriva. Il più brutale, il più definitivo. Ma non è un episodio isolato: è la punta di una sequenza che da Nord a Sud somiglia sempre più a un bollettino.

I numeri, da soli, non raccontano tutto. Però dicono molto. Secondo i dati del Viminale, nel 2024 le “lesioni dolose” – categoria nella quale rientrano anche le ferite da lama – sono aumentate del 5,8%. Nel 2025, a Milano, carabinieri e polizia hanno denunciato 1.390 persone trovate in possesso di coltelli: 134 erano minorenni. Non è una statistica astratta: significa controlli, perquisizioni, ragazzi fermati, zaini svuotati, tasche rivoltate. E significa, soprattutto, che in una città dove la notte è un’industria e la movida un rito, il coltello sta diventando un “piano B” sempre più diffuso.

Anche Roma registra segnali pesanti: 127 feriti fino a novembre dell’anno scorso. Un ufficiale dell’Arma in servizio nella capitale racconta una routine che ormai non è più eccezione: “Almeno due o tre volte alla settimana interveniamo per un’aggressione con un coltello”. È un dettaglio che pesa come un macigno, perché svela la frequenza. Non si parla di un picco, di una stagione storta, di un’emergenza limitata a un quartiere. Si parla di un’abitudine operativa. Al punto che, nella dotazione quotidiana, compaiono anche guanti anti-taglio: un presidio che di solito associ ad altri scenari, e che invece entra nella normalità di una pattuglia urbana.

A Napoli, nei primi dieci mesi del 2025, i carabinieri hanno sequestrato 150 pugnali. E la città, da quasi un anno, ha già un simbolo nuovo davanti alle scuole: i metal detector, installati su impulso del prefetto Michele di Bari. È una scelta che racconta l’ansia di prevenire prima ancora di punire. Non elimina il problema, ma prova a spostare la linea di contatto: se il rischio è che la lama arrivi in aula, allora l’aula diventa frontiera. E in questa frontiera entra un’altra parola che fino a ieri sembrava estranea alla vita scolastica italiana: controllo.

Le storie degli ultimi mesi sono ancora più spietate dei numeri perché fanno vedere cosa succede dopo, quando la lama non è più “solo” possesso, minaccia, esibizione, ma diventa azione. Lo studente della Bocconi rimasto paralizzato lo scorso novembre in corso Como, a Milano, dopo le coltellate inferte da una gang di cinque coetanei. Simone Schiavello, diciannove anni, ucciso a Ostia a metà ottobre al culmine di una lite. Bruno Petrone, calciatore dilettante di 18 anni, ferito gravemente la notte di Santo Stefano nel centro di Napoli da un quindicenne “per vendicare uno sguardo di troppo”. Tre città, tre contesti diversi, lo stesso finale: la sproporzione tra motivo e conseguenza, tra miccia e incendio.

E poi c’è il capitolo che inquieta più di tutti: l’età che scende. Il racconto della preside del liceo “Morano” del Parco Verde di Caivano, Eugenia Carfora, che alla fine di ottobre denunciò il ritrovamento di tre coltelli nella stessa giornata, nascosti da due ragazzi di 14 anni e da un tredicenne. Qui non c’è neppure il paravento della “strada” o della “notte”: c’è l’idea che portarsi dietro una lama sia un gesto compatibile con la mattina, con l’orario delle lezioni, con il banco, con la ricreazione. Come se la scuola, che dovrebbe spegnere la violenza, fosse diventata uno dei luoghi in cui la violenza si prepara.

Il punto non è soltanto dove accadono le aggressioni, ma come nasce questa nuova familiarità con l’arma. Nel racconto che circola tra gli addetti ai lavori, il coltello entra nello zaino con una facilità disarmante: lo si compra nei negozi sotto casa, qualcuno perfino accompagnato dai genitori, oppure online, per 20 euro. Economico, accessibile, “normale”. E quando una cosa diventa normale, smette di fare paura prima ancora di essere usata: è la soglia più pericolosa, quella in cui l’eccezione si trasforma in abitudine.

C’è un’Italia che prova a reagire con controlli, sequestri, presìdi. Un’Italia che alza barriere: metal detector, pattuglie, interventi sempre più frequenti. Ma intanto, tra scuola e movida, tra spiaggia e centro città, la lama continua a comparire dove non dovrebbe esserci. E ogni volta che compare, lascia la stessa domanda sospesa: quanto manca perché la minaccia diventi gesto, e il gesto diventi irreparabile.