Non ha l’aspetto del mafioso, né i tratti di chi vive ai margini delle piazze criminali. Nessuna vita da latitante, nessun linguaggio cifrato, nessuna ostentazione. Eppure, secondo i giudici svizzeri, Tonino Leone è stato l’ingranaggio essenziale per il riciclaggio del denaro sporco dei clan romani, in particolare di quello riconducibile al clan Senese.
Sessantaquattro anni, originario di Lecce ma residente a Ginevra, Leone è stato arrestato su ordine del tribunale del Canton Vaud, che ha disposto la custodia cautelare fino all’11 febbraio 2026. Una misura severa, motivata dal rischio di collusione e dalla possibilità di inquinamento probatorio. Per la procura federale elvetica non si tratta di un consulente distratto o di un professionista finito incidentalmente in un sistema criminale, ma della “testa pensante” dell’architettura finanziaria che avrebbe consentito al clan di ripulire e reinvestire ingenti somme di denaro.
Su Leone pendono due procedimenti distinti, il primo aperto nel febbraio 2023, il secondo nel novembre dello scorso anno. Ma più delle date, è la rete che ruota attorno al suo nome a delineare il quadro accusatorio. Secondo gli inquirenti, Leone sarebbe stato il punto di contatto tra conti correnti svizzeri, società fiduciarie e flussi di denaro che, partendo dai traffici criminali, rientravano nel circuito economico come capitali apparentemente leciti. Un ruolo di snodo, silenzioso e decisivo.
Il cuore del sistema ruotava attorno a due società fiduciarie con sede a Ginevra, riconducibili allo stesso Leone. Per i magistrati svizzeri non erano semplici strutture di consulenza, ma strumenti centrali per il riciclaggio dei proventi del clan Senese. Da queste entità sarebbero partiti bonifici sospetti per oltre un milione di euro, transitati su conti aperti presso UBS e Credit Suisse. Il denaro, una volta “ripulito”, avrebbe raggiunto aziende italiane riconducibili a uomini del clan.
I nomi che emergono con maggiore frequenza sono quelli di Antonio Sorrentino e Giancarlo Vestiti. Il primo descritto come uomo operativo, radicato nel tessuto criminale romano; il secondo come figura di raccordo tra Roma e Milano, snodo fondamentale di una filiera che si muove tra traffici, consulenze e investimenti. È a Milano che il denaro si moltiplica, ed è attraverso la Svizzera che, secondo l’accusa, diventa irrintracciabile. Una triangolazione che ricorda i meccanismi dei grandi cartelli internazionali: il crimine genera il profitto, i professionisti lo ripuliscono, i mercati finanziari lo rimettono in circolo.
Secondo i magistrati elvetici, Leone non si sarebbe limitato a gestire i flussi. Avrebbe contribuito direttamente anche al finanziamento di operazioni immobiliari in Italia, utilizzando il proprio conto personale per acquistare beni poi intestati a uomini del clan. Per rendere credibili le operazioni, avrebbe prodotto documentazione retrodatata, se non apertamente falsa. Un lavoro di precisione, che richiede competenze elevate e una conoscenza profonda delle norme e delle loro pieghe. Non il profilo di un prestanome occasionale, ma quello di un fiduciario consapevole.
Le motivazioni dell’arresto sono nette: pericolo di collusione, rischio concreto di interferenze con un’inchiesta ancora in pieno svolgimento. In Svizzera ci sono persone da ascoltare, documenti da analizzare, relazioni da chiarire. Ma oltre il piano giudiziario, il caso Leone mette a fuoco un dato più ampio e inquietante: la lucidità con cui un professionista può mettere il proprio know-how al servizio della criminalità organizzata. Un prestito di competenze che consente a un clan di agire sul piano legale, superando controlli bancari, acquistando immobili, aprendo società, presentandosi con carte apparentemente in regola. La violenza non serve più: basta un commercialista con i conti giusti.
Non è casuale che le inchieste convergano su Milano. La capitale economica del Paese non è solo un hub finanziario, ma un magnete. Qui il denaro, anche quando è sporco, trova investimenti, consulenze, opportunità. La mafia non impone, propone. Si insinua nei circuiti dell’economia legale, li contamina, li colonizza. L’inchiesta Hydra, condotta dai carabinieri di Milano sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Milano, ha documentato come Giancarlo Vestiti sia uno degli anelli della catena che collega Roma a Milano. Dai boss ai professionisti, dai clan alle banche, dai traffici alle società immobiliari.
In questo schema, Leone appare come un moltiplicatore. Conosce le norme, le scappatoie, i circuiti finanziari. Ha il profilo ideale per passare inosservato, per rendere il denaro irriconoscibile. È l’uomo che permette ai proventi criminali di “cambiare pelle”. Non si sporca le mani, ma presta le sue per riscrivere la natura stessa del denaro.
Tre mesi di carcere preventivo non sono una condanna. Ma valgono come una fotografia ad alta definizione di una mafia che ha cambiato forma. Meno pistole, più bonifici. Meno intimidazioni, più contabilità. Meno piazze di spaccio, più uffici con pareti di vetro. Secondo l’accusa, Tonino Leone incarna questa trasformazione: il lato pulito di un mondo sporco, gestito da una scrivania a Ginevra. La decisione dei giudici elvetici conferma che l’azione repressiva non riguarda soltanto i clan, ma anche chi sceglie di mettersi al loro servizio. Il potere mafioso si adatta, si mimetizza, cerca sempre nuovi alleati. Anche tra i professionisti che conoscono troppo bene le regole per infrangerle senza lasciare tracce.







