La fiamma olimpica finisce anche a un ex squalificato per doping: regolamento ignorato e figuraccia

Fiamma Olimpica

La fiamma olimpica dovrebbe essere una cosa semplice: un simbolo che passa di mano in mano e racconta, senza troppe parole, l’idea stessa dei Giochi. Storia, sport, sacrificio, esempio. E invece la staffetta di Milano-Cortina, in queste settimane, sta finendo per raccontare tutt’altro: una selezione che assomiglia più a un casting, con troppi volti “da copertina” e troppi campioni veri che guardano da fuori, come invitati di seconda fila al proprio compleanno.

Il caso dei tedofori è diventato nazionale perché la lista dei nomi, tappa dopo tappa, ha dato l’impressione di premiare soprattutto la visibilità, quando non direttamente le relazioni. Cantanti, soubrette, attori, influencer e “amici di” hanno riempito la scena, mentre diversi pezzi di storia dello sport italiano sono stati messi in disparte o addirittura dimenticati. E quando persino chi ha vinto medaglie, costruito tradizioni e trascinato un’intera generazione si ritrova ai margini, il messaggio che passa è velenoso: l’olimpismo come evento mondano, non come riconoscimento del merito.

Fin qui, si potrebbe discutere di opportunità, di stile, di buon gusto. Ma adesso la faccenda si complica perché, secondo quanto riportato negli appunti che hai fornito, la torcia sarebbe finita in mano a qualcuno che non doveva portarla non per un giudizio morale o per una discussione “da bar dello sport”, ma per una questione di regole. Nella tappa di Chiavari, in provincia di Genova, tra i tedofori ci sarebbe stato Marco Fertonani, ex ciclista attivo nei primi anni Duemila. Nel 2007 fu trovato positivo al testosterone in un controllo antidoping e squalificato per due anni dal Tribunale della Federazione ciclistica: un episodio che, di fatto, chiuse la sua carriera.

Qui va chiarito un punto senza ipocrisie né lapidazioni: se una persona ha sbagliato, ha pagato e si è ricostruita una vita, non deve diventare un bersaglio perpetuo. Fertonani oggi è un imprenditore, un manager, una persona che – sempre secondo gli appunti – ha rimesso insieme i pezzi. Il tema, però, non è la “damnatio memoriae”. Il tema è un altro e pesa come piombo perché riguarda Milano-Cortina in prima persona: il regolamento dei tedofori, riportato sulla pagina ufficiale dell’evento, sarebbe esplicito nell’escludere dalla procedura di selezione “chiunque abbia riportato una condanna per doping”.

E allora la domanda non è “è giusto perdonare?”. La domanda è molto più imbarazzante: se la regola esiste ed è scritta, com’è possibile che non sia stata applicata? Perché qui non si parla di un dettaglio secondario. La staffetta è un rito e la Fondazione la sta vendendo come narrazione pubblica, valoriale, quasi educativa. Se però quella narrazione si inceppa proprio sul tema più sensibile – doping, correttezza, esempio – la figuraccia non è piccola: è strutturale.

Secondo la ricostruzione contenuta negli appunti, Fertonani non sarebbe stato scelto direttamente dal Comitato organizzatore, ma indicato da un partner commerciale. Il nome, inserito nel sistema, avrebbe superato i controlli di sicurezza del Ministero dell’Interno, ma sarebbe sfuggito ai controlli “sportivi”. In altre parole: la macchina ha controllato l’ordine pubblico, ma non la coerenza con le regole olimpiche. E questo dice parecchio su come viene gestita la selezione: non una regia unica e rigorosa, ma un percorso a compartimenti stagni in cui basta infilarsi nel canale giusto per arrivare in cima, anche quando la cima – teoricamente – dovrebbe essere blindata.

Il paradosso è che, così, Milano-Cortina finisce per dare due messaggi opposti nello stesso gesto. Da una parte afferma di voler proteggere l’integrità simbolica dei Giochi e di scegliere i tedofori secondo criteri definiti. Dall’altra lascia passare, almeno stando al quadro riportato, un nome che quelle regole avrebbero dovuto fermare prima ancora di arrivare alla fiaccola. È l’effetto “cortocircuito”: nel tentativo di trasformare la staffetta in una vetrina, si perde di vista la cornice, cioè la credibilità.

E non sarebbe nemmeno l’unico episodio “stonato”. Sempre secondo gli appunti, a Siracusa nel corteo che accompagnava la fiaccola – con divisa ufficiale – sarebbe comparso anche Daniele Santini, ex canoista, campione del mondo ed europeo, anche lui con trascorsi di doping. In questo caso non avrebbe fatto il tedoforo ma il cosiddetto “flame angel”, un ruolo di scorta collegato a un servizio organizzato dalle forze dell’ordine, quindi fuori dalla responsabilità diretta della Fondazione. Però l’immagine resta: in una staffetta già contestata perché sembra privilegiare i riflettori, basta poco per trasformare una cerimonia in un boomerang.

Il punto, alla fine, non è attaccare singoli nomi. È capire perché i criteri sembrano elastici proprio quando dovrebbero essere più solidi. Perché un evento come Milano-Cortina non si gioca soltanto sugli impianti, sui biglietti o sugli sponsor: si gioca anche sulla fiducia. E la fiducia, quando parli di Olimpiadi, vive di simboli. Se il simbolo più popolare – la fiaccola – diventa l’ennesimo terreno in cui vincono i contatti e perde la coerenza, la domanda che resta appesa è sempre la stessa: chi sta decidendo davvero, e con quali controlli?

Perché intanto, mentre la torcia passa di mano in mano, i grandi esclusi restano sul marciapiede. E l’olimpismo, quello vero, fa una figura che non merita.