“Correte a Le Constellation, brucia tutto. I miei amici stanno morendo lì dentro”. È una frase che non chiede spiegazioni, non lascia spazio a interpretazioni, non concede riparo. È l’urlo di una notte che si spezza e diventa cronaca nera in tempo reale. La televisione francese BFMTV, che riferisce di aver avuto accesso ai documenti dell’inchiesta, ha pubblicato alcune delle telefonate registrate la notte di Capodanno durante l’incendio mortale al Constellation. Non sono ricostruzioni, non sono narrazioni a posteriori: sono voci. Voci concitate, spezzate, a tratti confonde, che provano a trasformare il panico in una richiesta semplice: arrivare, subito, con i soccorsi.
Secondo quanto riportato nel materiale, nell’arco di un’ora e mezza dallo scoppio dell’incendio sono state effettuate 171 chiamate al 144, il numero di emergenza. Un flusso continuo di telefoni che squillano e linee che si sovrappongono, mentre la notte corre più veloce di qualsiasi protocollo. “Correte, qui è scoppiato un incendio, ci sono morti e feriti”. E poi: “Ci sono tanti feriti, aiutateci”. Le frasi si ripetono, cambiano timbro, non cambiano sostanza. C’è un posto che brucia e c’è gente che non riesce più a uscire.
Le prime telefonate, si legge, vengono registrate intorno all’una di notte. “Vorrei che veniste, perché c’è un’emergenza al Constellation”, dice una delle voci iniziali, con in sottofondo urla che non hanno bisogno di traduzione. “Per favore, è il Constellation a Crans-Montana, signora, c’è un incendio, ci sono dei feriti”, implora un’altra persona, visibilmente sconvolta. È l’inizio di una sequenza che, minuto dopo minuto, mette in fila la paura e la richiesta di aiuto, con la lucidità che a volte emerge anche quando tutto attorno si sbriciola: “Bisogna mandare subito i soccorsi, ci sono troppi feriti!”.
Fino alle tre del mattino, continua il materiale, le chiamate arrivano senza sosta. Molti sono sotto shock, cercano di spiegare ciò che stanno vivendo con parole che scivolano, si impastano, si rincorrono. “Ho rischiato di morire al Constellation. Credo di essermi bruciato. Il Constellation è bruciato completamente”, racconta un testimone. Un altro spinge la disperazione al limite: “Penso che i miei amici siano morti li’ dentro Ci sono tantissime persone che hanno rischiato di morire, signora, chiamate un’ambulanza”. La sensazione che attraversa questi audio è la stessa: l’idea che ogni secondo tolto alla risposta sia un secondo rubato alla vita.
Nel mezzo delle telefonate delle vittime e dei testimoni, compaiono anche quelle dei soccorritori. Appena arrivati, si trovano davanti a una situazione che viene descritta come estremamente critica. “Sono sull’incendio a Crans-Montana”, spiega uno dei primi operatori intervenuti. Il tono resta professionale, ma affannato. E poi la prima valutazione: “Prima valutazione: tre grandi ustionati”. Nelle conversazioni, il centralino non è solo un ascolto: diventa un nodo di coordinamento, una cabina di regia costretta a tenere insieme caos e procedura, dolore e numeri, urgenza e comunicazioni.
È in questo intreccio che si inserisce una chiamata riportata nel materiale: il 144 contatta un medico del pronto soccorso per informarlo della gravità della situazione. “è per avvertirti che c’è stata un’esplosione”, esordisce la centralinista. Poi un primo bilancio, provvisorio ma già pesantissimo: “Ho quattro vittime decedute e almeno una trentina di feriti”. La risposta dall’altra parte è immediata: “Attiviamo il piano catastrofe”. Una frase che, in un contesto simile, equivale a una resa dei conti: non è un incendio “come gli altri”, non è un intervento “gestibile”, è un’emergenza di massa.
Parallelamente, gli appelli continuano. C’è chi chiede rinforzi, chi prova a far capire che le ambulanze non bastano, che l’impatto è troppo ampio per la normalità di una notte di festa. “Bisogna mandare gli elicotteri. Le ambulanze sono gia’ qui, ma mandate altre unita’”, dice un testimone. E poi, in una delle frasi più dure, riportata così com’è: “La gente muore. Non hanno piu’ pelle, non hanno piu’ niente”. Parole che non andrebbero mai pronunciate, e che invece restano agli atti, come una fotografia sonora della devastazione.
Alla paura di chi era dentro e di chi era sul posto, si aggiunge un’altra paura: quella delle famiglie. Persone avvertite del dramma, improvvisamente in cerca di un nome, di un contatto, di una conferma che non arriva. “C’è stato un incendio. Nostra figlia è coinvolta, non abbiamo sue notizie”, dice una chiamante. Dal centralino, la risposta è calma e impotente insieme: “Non posso dirle dove si trova sua figlia nè se sia li’”. Un padre chiede: “Quante persone sono coinvolte?”. E l’operatrice: “Un centinaio Mi dispiace, non ho altre informazioni da darle”. È la parte più silenziosa della tragedia: quella in cui non esiste ancora una lista, non esiste una certezza, esiste solo l’attesa.
Il bilancio riportato nel testo è quello che chiude la notte e la trasforma in una ferita collettiva: 40 morti, quasi tutti giovanissimi, e 116 feriti. Numeri che arrivano dopo, quando gli audio finiscono e resta il vuoto. Ma proprio per questo quelle telefonate colpiscono così forte: perché raccontano il prima, il durante, l’istante in cui ogni cosa è ancora sospesa e la realtà si impone con la violenza di un incendio. Nel materiale citato, AGI ricostruisce che le chiamate, nell’arco di un’ora e mezza, sono state 171. Un’ora e mezza in cui una comunità intera ha provato a fare una cosa sola: farsi sentire, chiedere aiuto, restare viva.







