La storia infinita del Lodo Mondadori si chiude a Strasburgo, e si chiude nel modo più netto possibile: per la Corte europea dei diritti dell’uomo, la giustizia italiana ha agito correttamente. Nessuna forzatura, nessuna violazione dei diritti fondamentali, nessun processo iniquo. Il maxi risarcimento imposto a Fininvest in favore della Cir di Carlo De Benedetti non è il frutto di un accanimento giudiziario, ma la conseguenza civile di una corruzione giudiziaria accertata in via definitiva.
È una sentenza che pesa più sul piano storico che su quello economico, perché arriva dopo oltre trent’anni di contenziosi, processi penali, cause civili, prescrizioni, assoluzioni tecniche e polemiche politiche. Arriva soprattutto dopo la morte di Silvio Berlusconi, che pure aveva deciso di ricorrere a Strasburgo per difendere, almeno simbolicamente, la propria posizione personale in una delle vicende giudiziarie più controverse della Seconda Repubblica.
Il cuore del ricorso riguardava proprio questo: le sentenze civili italiane che tra il 2009 e il 2013 hanno condannato Fininvest a risarcire la Cir per 560 milioni di euro avevano, secondo Berlusconi, violato la sua presunzione di innocenza. Quelle decisioni, infatti, pur prendendo atto della prescrizione penale nei suoi confronti, avevano ricostruito il fatto storico della corruzione del giudice Vittorio Metta come presupposto necessario del danno economico subito da De Benedetti.
Secondo la tesi difensiva del Cavaliere, ribadita davanti alla Cedu, una volta intervenuta la prescrizione non sarebbe stato più legittimo richiamare quel fatto come elemento fondante di una condanna civile, soprattutto in un procedimento nel quale lui non era formalmente parte. Strasburgo, però, non ha condiviso questa impostazione. Per i giudici europei, le corti italiane non hanno mai attribuito a Berlusconi una responsabilità penale, né hanno messo in discussione il suo proscioglimento. Si sono limitate a fare ciò che un giudice civile deve fare: ricostruire i fatti per valutare un danno.
E quei fatti, secondo la Cedu, erano stati accertati in modo chiaro e coerente nei processi penali che avevano portato alla condanna definitiva di Cesare Previti e di Vittorio Metta per corruzione in atti giudiziari. La prescrizione, osserva la Corte, non equivale a un’assoluzione nel merito e non cancella l’esistenza storica di un comportamento illecito. È un principio che nel diritto europeo è consolidato e che qui viene ribadito con forza.
Ancora più netto è il giudizio sul ricorso presentato da Fininvest. La holding della famiglia Berlusconi sosteneva che l’intero impianto delle condanne civili fosse viziato perché fondato su un lodo arbitrale mai formalmente revocato prima delle sentenze risarcitorie. Anche questa doglianza viene respinta. Per Strasburgo, i giudici italiani hanno legittimamente superato il precedente giudicato alla luce di un elemento nuovo e decisivo: la scoperta e la prova della corruzione che aveva inquinato quella decisione arbitrale. Un bilanciamento corretto, proporzionato e pienamente conforme al principio di giustizia sostanziale.
C’è un solo punto sul quale la Corte europea concede qualcosa a Fininvest, ed è un dettaglio che non incide minimamente sull’impianto della vicenda: la quantificazione delle spese processuali, stimate in 900 mila euro, ritenuta eccessiva e non adeguatamente motivata. Una violazione formale del diritto a un equo processo che però non comporta sanzioni per lo Stato italiano, perché Fininvest non aveva chiesto alcun risarcimento su questo specifico aspetto.
Il resto del verdetto è una conferma piena. E rappresenta, di fatto, la chiusura definitiva di una stagione. Il Lodo Mondadori esce dal recinto della polemica politica e della narrazione del “complotto giudiziario” per essere definitivamente archiviato come un caso di corruzione giudiziaria con effetti economici rilevanti. Una vicenda in cui la prescrizione ha salvato persone, ma non ha mai assolto i fatti.
È anche una sentenza che, indirettamente, certifica il ruolo centrale che quel passaggio ebbe nella formazione degli equilibri mediatici e industriali dell’Italia contemporanea. Senza quella sentenza del 1991, senza quella corruzione accertata, la mappa dell’editoria italiana sarebbe stata diversa. Strasburgo non riscrive la storia: si limita a dire che i giudici italiani, nel leggerla, non hanno tradito il diritto.







