L’ombra del serial killer Restivo su Bournemouth: il caso di Oki Shin riapre la ferita di un ergastolo contestato e di un video che non torna

Si chiamava Jong-Ok Shin, per tutti Oki. Studentessa sudcoreana, una vita giovane e ordinaria fatta di studio, amicizie, un’Inghilterra scelta come altrove possibile. La notte del 12 luglio 2002, però, quell’altrove si trasformò in un punto cieco: la trovarono riversa a terra in un parco di Bournemouth, nel Dorset. Qualcuno l’aveva accoltellata a morte mentre rientrava a casa dopo una serata trascorsa in un night club. Da allora, quel delitto è rimasto impigliato in un nodo che oggi torna a stringersi: non soltanto chi ha ucciso Oki, ma se la giustizia britannica abbia condannato l’uomo sbagliato.

Per le autorità, all’epoca, i dubbi furono pochi e durarono poco. Nel mirino finì Omar Benguit, descritto come uno sbandato con problemi di droga e qualche precedente per aggressione, presenza abituale di quell’area verde. La Dorset Police lo individuò rapidamente come sospetto principale; il processo arrivò a un epilogo senza sconti: nel 2005 Benguit venne condannato all’ergastolo. Lui, però, non ha mai smesso di ripetere la stessa frase, con la stessa ostinazione: innocente. Un refrain che in molti casi finisce per perdersi nel rumore di fondo delle sentenze definitive. Qui, invece, quel rumore si è abbassato di colpo.

A riaccendere i riflettori è un’inchiesta giornalistica di “Panorama”, la trasmissione investigativa della Bbc, che ha rimesso mano a elementi visivi e cronologici. Il punto di partenza è semplice e micidiale: le immagini di una telecamera di videosorveglianza che inquadrerebbe un uomo, il presunto killer, nelle ore cruciali. Quell’uomo, secondo la ricostruzione televisiva, non sembrerebbe Benguit. Non è un dettaglio da talk, è una crepa potenzialmente strutturale: perché quando la prova che “fissa” una sagoma non coincide con il condannato, la domanda non è più astratta. Diventa materiale, concreta, quasi fisica.

Ma c’è un secondo livello che rende la storia ancora più inquietante, soprattutto per l’Italia. L’uomo ripreso dalla telecamera, secondo chi ha lavorato al dossier, assomiglierebbe fortemente a Danilo Restivo. Un nome che nella cronaca nera italiana non è un’eco, è un capitolo intero. Restivo, lo studente originario di Erice, è stato condannato per due delitti: quello di Elisa Claps, scomparsa a Potenza il 12 settembre 1993 e ritrovata senza vita nel 2010 nel sottotetto di una chiesa, e quello di Heather Barnett, una sarta sua vicina di casa massacrata in una villetta di Bournemouth il 12 novembre 2002, appena quattro mesi dopo l’omicidio di Oki.

La geografia e il calendario, in questo racconto, non sono sfondo: sono indicatori. Bournemouth ritorna. Il 2002 ritorna. E ritorna l’idea che alcune vicende, lette separatamente, sembrano chiuse; lette insieme, cambiano forma. In questa nuova ondata di attenzione, a intervenire è anche Gildo Claps, fratello di Elisa, che ribadisce una convinzione già espressa in passato: «Sono certo che anche l’omicidio di Oki sia riconducibile a Restivo e che Benguit sia innocente. L’avevo già detto quando sono venuto a conoscenza della brutta fine di Heather». È un’affermazione che pesa perché arriva da chi ha già attraversato, per anni, il deserto di un caso irrisolto e poi la violenza della verità.

Claps sottolinea anche una coincidenza che, da sola, non può essere una prova, ma che per chi cerca un disegno diventa un segnale: la ricorrenza del numero 12. «Può sembrare una suggestione ma c’è una ritualità, il 12 venne uccisa Elisa, il 12 Heather e il 12 anche Oki». Suggestione o schema, qui, non è una disputa da salotto: è il tentativo di dare un nome a un’intuizione che la sequenza dei fatti continua ad alimentare.

L’investigatore incaricato dalla famiglia Claps, Marco Gallo, mette sul tavolo un altro punto di contatto: le ciocche di capelli. Parla di elementi riscontrati nel caso Barnett e richiama dettagli emersi anche nell’inchiesta italiana su Elisa Claps, fino a una circostanza legata a Oki che oggi non sarebbe più verificabile: si parla di capelli tagliati, ma le indagini del tempo sarebbero state chiuse frettolosamente e la ragazza sarebbe stata cremata. In un caso del genere, ogni mancanza materiale diventa un’assenza che fa rumore, perché impedisce riscontri successivi e lascia la storia prigioniera delle carte già scritte.

Dentro questa cornice, torna anche un passaggio che, se vero e correttamente attribuito, descrive un tratto ossessivo: in un interrogatorio definito sorprendente, Restivo avrebbe riconosciuto un’attrazione particolare per i capelli delle ragazze, raccontando un impulso nato da adolescente e poi diventato compulsione. Un tema che ricompare nelle ricostruzioni come un possibile filo, senza che questo, da solo, consenta scorciatoie: le ossessioni non sono sentenze, ma possono diventare tasselli se accompagnate da fatti, tempi e riscontri.

Sul versante giudiziario italiano, contro Restivo viene ricordata una prova definita decisiva: il golfino che Elisa Claps indossava la mattina della scomparsa. Quando il corpo fu ritrovato, dell’indumento restavano brandelli con tracce di sangue, da cui sarebbe stato estratto un campione di Dna corrispondente al suo. È in quel perimetro che maturò la condanna: l’11 novembre 2011 Restivo venne condannato a Salerno a 30 anni, pena confermata nel 2013 in Cassazione. Nel frattempo, in Inghilterra, la Crown Court gli ha inflitto l’ergastolo per l’omicidio Barnett, pena che sta scontando oltre Manica.

È proprio questa doppia traiettoria, italiana e britannica, a rendere la vicenda di Oki Shin più di un “vecchio caso” ripescato per fare rumore. Se l’inchiesta della Bbc ha ragione nel dire che il volto in video non è quello di Benguit, allora il punto non è soltanto un nome in più nella lista dei sospetti. È il rischio di un errore giudiziario che ha rinchiuso un uomo per vent’anni, mentre altrove — e forse non lontano — un altro poteva continuare a muoversi. E se, invece, quella somiglianza fosse soltanto una suggestione ottica, resta comunque una domanda scomoda: perché una sentenza così netta non riesce a spegnere il dubbio quando emergono elementi nuovi e leggibili.

Nel mezzo ci sono due realtà che non si possono addolcire. La prima è la morte di Oki, che resta un fatto nudo, un’aggressione finita nel sangue in un parco apparentemente qualunque. La seconda è la fame di certezza che, a distanza di anni, diventa quasi un dovere civile: perché la giustizia non è soltanto punire, è punire la persona giusta. E quando un’inchiesta giornalistica riporta in superficie un’immagine che “non torna”, la storia non può essere archiviata come rumore. Può essere, invece, l’inizio di una verifica che arriva tardi, ma che proprio per questo non può permettersi superficialità.