Mediaset porta Corona in tribunale e lo accusa di “agguato mediatico”: negli atti spunta anche l’ombra dell’aggiotaggio e del danno “di valore”

Quando una causa civile vale 160 milioni di euro, non è più solo una battaglia di immagine. È una dichiarazione di guerra. E, soprattutto, è un modo per dire al Paese e ai tribunali: qui non si sta discutendo di una rissa social, di un eccesso verbale o dell’ennesimo circo costruito attorno a un personaggio che vive di polemiche. Qui, sostiene Mediaset, si parla di un meccanismo organizzato, sistematico, con un obiettivo che non si esaurisce nel “far casino”, ma punta dritto al cuore economico del gruppo.

Negli atti della maxi causa civile intentata contro Fabrizio Corona da Marina e Pier Silvio Berlusconi, “agguato mediatico” e “ecosistema persecutorio” non sono formule giornalistiche, ma parole scelte con cura per descrivere un impianto accusatorio: una costruzione che, secondo i legali, avrebbe “aggredito i due azionisti di controllo (per il tramite di Fininvest) del gruppo Mfe”, colpendo “con le rispettive famiglie”, e allargando il raggio fino a includere “l’autrice e conduttrice più importante delle reti Mediaset, e altri volti noti”. Tradotto: non un bersaglio, ma una lista; non un episodio, ma una strategia; non un danno collaterale, ma il danno come prodotto.

È qui che la vicenda cambia tono. Perché nelle carte si legge anche un punto che, finora, era rimasto sullo sfondo: la capacità “distruttiva di valore”. Gli avvocati non si limitano a sostenere che ci siano stati “odiosi attacchi basati sul nulla”. Mettono nero su bianco che quegli attacchi, per come sarebbero stati confezionati e rilanciati, avrebbero una “reale capacità distruttiva di valore” per un gruppo come Mfe. È un salto di categoria: dall’offesa alla lesione economica, dalla diffamazione alla fiducia del mercato, dalla gogna alla sostenibilità del business.

Nelle pagine in cui motivano la richiesta di risarcimento, la descrizione è durissima: un “sconcertante profluvio di insinuazioni, accuse infamanti impagliate in un vero e proprio delirio di onnipotenza della voce narrante”, ovvero, secondo l’impostazione dei legali, Corona nel format “Falsissimo” e nei contenuti rilanciati sui social. Un flusso che, sempre secondo gli atti, “costruisce le proprie trame diffamatorie con l’unico intento, perseguito con la massima determinazione, di trarre profitto dalla lesione della dignità altrui”. Il centro del ragionamento è chiaro: non l’errore, ma il metodo; non la provocazione, ma il “freddo calcolo economico”.

E quel calcolo, sostiene Mediaset, sarebbe esplicito: “monetizzare l’odio, la violenza verbale, gli insulti, il disprezzo, fino ad arrivare ai presunti orientamenti sessuali delle persone, al body shaming”. È la radiografia di un modello di business, non il resoconto di una lite. La tesi è che Corona “crea il torbido” e poi “ci pesca dentro”, trasformando il fango in carburante e l’attenzione in incasso. La “messinscena”, scrivono, servirebbe a trasformare l’utente “in un seguace devoto”, fino a ribaltare la percezione: “l’agguato mediatico viene percepito dalla community come un atto eroico”, così che la condanna morale delle vittime diventi “più rapida e virale”. Non solo diffamare, ma, secondo le carte, arrivare a “sequestrare” l’immagine pubblica dei bersagli.

Il passaggio più interessante, e politicamente più pesante, è quello che esce dal recinto del danno reputazionale e prende la strada dell’economia. Perché, sempre negli atti, la narrazione attribuita a Corona “dipinge i vertici aziendali come soggetti ‘ricattabili’ o coinvolti in ‘sistemi’ opachi e disdicevoli”, e mette in discussione “i criteri di selezione dei programmi di punta”, suggerendo una caratteristica “endemica” interna al gruppo. Questo, sostengono i legali, non sarebbe solo fango: sarebbe un veleno capace di circolare dove conta davvero, cioè tra chi investe, chi compra pubblicità, chi valuta la solidità di un’impresa.

Da qui la seconda gamba, quella penale, che nelle carte viene evocata come naturale prosecuzione. Nella denuncia in Procura, oltre alle ipotesi di diffamazione aggravata, stalking digitale, molestia e minaccia, viene segnalata anche un’ipotesi che suona come una sirena d’allarme: “profili tipici di un aggiotaggio finanziario rilevante”. Attenzione: negli atti si parla di profili e di ipotesi, non di verità accertate. Ma il solo fatto che venga chiamata in causa la parola “aggiotaggio” sposta il baricentro. Perché significa sostenere che l’obiettivo non sia soltanto colpire persone, ma “danneggiare anche economicamente l’azienda”, intaccandone la credibilità “agli occhi degli inserzionisti pubblicitari”, dei clienti e dei fornitori, e “soprattutto degli investitori”.

In questa cornice, anche alcuni dettagli diventano tasselli. Le carte citano non solo la dimensione social, ma anche “le apparizioni dal vivo nelle discoteche”, descritte come parte di un circuito in cui “non ci sono direttori responsabili, controlli legali, né un’etica professionale” e “la distruzione della persona diventa il prodotto da vendere”, mentre “la minaccia di ulteriori rivelazioni” sarebbe il mezzo per tenere il pubblico “in uno stato di eccitazione morbosa”. È un quadro che mira a dimostrare continuità, insistenza, pressione. A costruire, insomma, il profilo di una macchina che non si limita a colpire: alimenta se stessa colpendo.

Dentro questo quadro spunta anche il rumore di fondo, quello che nelle grandi cause non è mai completamente innocente: il “perché”. Perché “distruggere valore” di Mediaset? A chi fa gioco? Qui entrano in campo le voci, che per loro natura restano tali e vanno trattate come tali: indiscrezioni su possibili interessamenti di gruppi americani, definiti “vicini al mondo MAGA”, pronti a guardare al “Biscione” con appetito, ma “a prezzi stracciati”. Non è un’accusa, non è un fatto provato: è un retroscena che circola, e che in una guerra di carte e di comunicazione diventa inevitabilmente parte della narrazione. Proprio per questo va maneggiato con cautela: perché le voci, quando entrano nei dossier pubblici, possono diventare benzina.

Resta un elemento che rende questa vicenda diversa dalle precedenti scaramucce tra personaggi e media: la scala. Qui non si sta chiedendo di “scusarsi” o di ritrattare. Qui si chiede un risarcimento monstre e si costruisce una tesi che, se dovesse reggere, ridisegnerebbe il confine tra libertà di parola, responsabilità, piattaforme e danno economico. Ed è anche il motivo per cui la partita non riguarda solo Corona e Mediaset: riguarda l’idea stessa di come, oggi, si possa colpire un’azienda senza toccarne un mattone, ma lavorando sulla fiducia.

Nel frattempo, la guerra è già in corso: sui social, nei video, nei comunicati, nelle reazioni a catena. Ma la vera arena, da qui in avanti, sarà un’altra: le carte, le prove, la tenuta delle contestazioni, il modo in cui un giudice peserà parole come “ecosistema persecutorio”, “sequestro dell’immagine” e “capacità distruttiva di valore”. Perché quando si arriva a parlare di aggiotaggio, il terreno non è più quello del gossip e dell’indignazione: è quello della finanza, della reputazione come asset, del danno come cifra. E lì, di solito, il rumore conta meno. Conta la sostanza.