Un movimento nella radura, la foschia che taglia la visuale, il riflesso di chi da una vita insegue cinghiali tra gli alberi dei Nebrodi. È da lì, secondo la ricostruzione della procura di Patti guidata da Angelo Cavallo, che sarebbe iniziata la sparatoria di Montagnareale, costata la vita a tre uomini.
La mattina del 28 gennaio, in contrada Caristia, nei boschi sopra Montagnareale, in provincia di Messina, si erano incrociati due gruppi di cacciatori. Da una parte i fratelli Giuseppe e Davis Pino, dall’altra Antonio Gatani, ottantadue anni, e l’amico A.S., bracciante agricolo cinquantenne. Una battuta come tante, tra pioggia leggera e visibilità ridotta.
Secondo l’ipotesi accusatoria, Gatani avrebbe visto qualcosa muoversi davanti a sé nella radura. Giuseppe Pino, vestito con giacca e pantaloni mimetici, era accovacciato, distanziato di circa trenta metri dal fratello, intento a non farsi individuare dagli animali. Nella foschia, quel movimento sarebbe stato scambiato per un cinghiale. L’anziano avrebbe premuto il grilletto del fucile a pallettoni. Un colpo solo, fatale.
Da lì la situazione sarebbe precipitata. Davis Pino, il più giovane dei due fratelli, avrebbe reagito sparando con la carabina contro Gatani, colpendolo al petto. Un singolo colpo che avrebbe ucciso l’ottantaduenne. A quel punto sarebbe intervenuto A.S., amico di Gatani, che avrebbe fatto fuoco da distanza ravvicinata contro Davis. L’ultimo colpo della sequenza, quello che avrebbe chiuso la spirale di violenza.
Tre uomini morti in pochi minuti: Giuseppe e Davis Pino e Antonio Gatani. In piedi resta solo A.S., ora indagato.
La notte successiva al triplice omicidio, A.S. ha ammesso di avere partecipato alla sparatoria e di aver ucciso Davis dopo che questi aveva sparato a Gatani. Ma la dichiarazione è stata resa quando veniva sentito come persona informata sui fatti, senza la presenza di un difensore. Una confessione che, in quella forma, è inutilizzabile.
Subito dopo è stato formalmente indagato. Assistito da un avvocato d’ufficio, però, si è chiuso nel silenzio. Nessuna conferma, nessuna ricostruzione.
Per questo la procura punta ora su elementi oggettivi. Il fucile di A.S. è stato sequestrato ed è al vaglio dei Ris di Messina. Gli investigatori cercano la “firma” balistica dell’arma sui bossoli repertati nel bosco. Se le tracce lasciate dall’utilizzatore coincidessero con i reperti raccolti sulla scena, la presenza attiva del cinquantenne nel conflitto a fuoco sarebbe confermata scientificamente.
Altrettanto decisivi saranno i risultati del tampone sui residui di sparo. Gli esami potrebbero arrivare già nei prossimi giorni. Intanto si attende anche l’analisi della videocamera montata sul fucile di Davis Pino. La copia forense del dispositivo potrebbe offrire immagini cruciali per ricostruire la dinamica dei primi istanti.
La scena del conflitto, secondo i primi rilievi, era resa ancora più insidiosa dalle condizioni meteo. Tra le 7.30 e le 8 del mattino la visibilità era scarsa, la pioggia fine e la foschia fitta. I fratelli Pino avanzavano in fila sfalsata, mimetizzati e accucciati. Gatani e A.S. erano dietro di loro.
La ricostruzione degli inquirenti si fonda sulle prime dichiarazioni rese prima dell’iscrizione nel registro degli indagati, sui risultati delle autopsie e sugli accertamenti preliminari dei carabinieri. Ora si attende il riscontro tecnico definitivo: la sequenza dei colpi, le distanze, le traiettorie.
Solo allora sarà possibile stabilire con certezza chi ha sparato e in quale ordine. Oppure, prima ancora dei laboratori, potrebbe essere lo stesso unico superstite a scegliere di raccontare in modo compiuto cosa è accaduto quella mattina nel bosco di Montagnareale, dove un errore di percezione, nella nebbia, avrebbe trasformato una battuta di caccia in una strage.







