C’è un dettaglio che, da solo, spiega la dimensione del labirinto: Nessy Guerra, sanremese di 26 anni, è in Nord Africa da più di due anni, bloccata in Egitto con la figlia, e vive da tempo come si vive quando la paura diventa routine: nascosta, spostandosi con cautela, cercando di non lasciare tracce. Il motivo è lo stesso che emerge, ostinato, in ogni passaggio di questa vicenda: la donna è in fuga dall’ex violento e, nel frattempo, teme che la situazione giudiziaria locale le si ritorca contro nel punto più delicato di tutti, quello che non ammette margini: l’affidamento della bambina.
Ora la storia rischia seriamente di peggiorare perché è arrivata la conferma di una condanna che, per come viene descritta, non è soltanto una pena: è un marchio. Nessy è stata condannata a sei mesi per adulterio in Egitto, Paese in cui resta bloccata con la piccola anche per un motivo pratico e spietato: il passaporto della figlia non viene rilasciato dal padre. Un’incastro che produce l’effetto più crudele: lei non vuole lasciare l’Egitto senza la bambina, ma la bambina non può lasciare l’Egitto.
La conferma della condanna è stata riferita, secondo quanto riportato, dalla legale che assiste la famiglia Guerra, l’avvocata Agata Armanetti, e il punto centrale – qui – non è solo la sentenza, ma il contesto culturale e giuridico in cui si colloca. La donna è stata giudicata colpevole dal tribunale di Hurghada per un reato che, nelle parole della sua avvocata, «laggiù coincide con il peccato». Una frase che pesa perché fotografa una differenza radicale: ciò che in Italia non è più un reato da decenni, lì può diventare una condanna penale, con ricadute che vanno ben oltre i sei mesi.
A denunciare Nessy Guerra è stato l’ex compagno e padre della figlia, Tamer Hamouda, italo-egiziano. E qui entra l’altro blocco della storia, quello che in Italia ha già un suo passato giudiziario. Nel materiale che mi hai fornito, l’uomo viene indicato come già condannato in Italia in via definitiva per violenza e stalking a 2 anni e 11 mesi nei confronti di un’altra donna, e, in un altro passaggio, come condannato in via definitiva per stalking, maltrattamenti e violenza sessuale. È un profilo che, letto insieme ai fatti, fa capire perché Nessy continui a tenersi nascosta: lei dice di essere in fuga da un ex che considera pericoloso e che sarebbe presente nel Paese in cui lei è bloccata.
In questa vicenda, però, la dinamica non è solo “paura” contro “protezione”: è anche un braccio di ferro sulla credibilità, sulle prove, sui testimoni. Secondo la 26enne, infatti, l’ex marito avrebbe comprato – di fatto – la testimonianza di un uomo che in udienza ha testimoniato contro di lei. È un passaggio delicatissimo perché introduce un tema che, in casi così, diventa decisivo: la sensazione che il processo non sia una stanza neutra, ma un campo di forza dove contano rapporti, influenze, risorse.
Nel frattempo, sul fronte più urgente, quello della bambina, l’obiettivo dell’uomo sarebbe chiaro: Tamer Hamouda vuole riavere l’affidamento della figlia. E, sempre secondo quanto riportato nel testo che mi hai passato, per ora ha ottenuto un risultato che cambia tutto: il blocco dell’espatrio per la bambina. È la mossa che trasforma l’intera vicenda in un “qui e non altrove”, una gabbia legale che Nessy rifiuta di accettare da sola. Lei, infatti, non vuole lasciare l’Egitto senza la figlia. Ma restare significa continuare a vivere in un equilibrio impossibile: la minaccia percepita dell’ex, la clandestinità di fatto, e ora anche una condanna penale che può essere usata come leva.
Il calendario, intanto, corre. Sul caso dell’affidamento, la prossima udienza è fissata per il 21 aprile. E il punto, oggi, è che il giudizio per adulterio rischia di influire proprio lì, nel procedimento che può decidere il futuro della bambina. È la paura più concreta: che una condanna maturata in un sistema giuridico e culturale diverso diventi un argomento determinante per togliere una figlia a una madre che, nel frattempo, racconta di essere scappata dalla violenza.
Questa storia, negli anni, è rimbalzata più volte in Italia: media, attenzione pubblica, interrogazioni parlamentari, appelli al governo. Ma il materiale che mi hai passato restituisce soprattutto una fotografia amara del presente: i rapporti con l’Egitto non aiutano, e la vicenda continua a restare impigliata in un nodo di decisioni che non dipendono solo da Roma. Un elemento in particolare racconta bene la distanza tra la condanna italiana e la realtà sul terreno: secondo quanto riportato, la Procura di Genova ha chiesto per due volte l’estradizione dell’italo-egiziano dopo la condanna definitiva, ma per ora la situazione non si è sbloccata. E c’è un dettaglio che, messo nero su bianco, suona come una beffa: Tamer avrebbe passato solo due mesi in cella, prima di essere rilasciato.
È qui che la vicenda di Nessy Guerra cambia tono, smette di essere “solo” una storia di coppia finita male e diventa un caso che mette a nudo il cortocircuito tra Stati, leggi, competenze, strumenti reali. Da una parte una donna italiana che sostiene di vivere nascosta per paura e che ora porta addosso una condanna per un reato che in Italia non esiste più. Dall’altra un uomo descritto come già condannato in via definitiva in Italia, ma di fatto libero e in posizione di forza in Egitto, almeno su due piani: quello della presenza sul territorio e quello degli strumenti che incidono sulla figlia, a partire dal blocco dell’espatrio e dal tema del passaporto.
In mezzo, c’è una bambina che diventa – suo malgrado – il baricentro di ogni scelta e di ogni pressione. E c’è un’udienza, il 21 aprile, che rischia di essere uno spartiacque. Perché se è vero che questa storia è finita più volte sui tavoli della politica e dei media, oggi sembra tornare al punto più concreto e brutale: chi decide dove e con chi vivrà la bambina. E con quali criteri, in un Paese dove, come ricorda l’avvocata Agata Armanetti, l’adulterio è trattato come un reato che «coincide con il peccato».







