Rogoredo, l’ombra del pizzo dietro lo sparo fatale: il poliziotto indagato per omicidio volontario e le voci del “boschetto” che cambiano la storia

La storia della morte di Abderrahim Mansouri, ucciso con un colpo di pistola nella centrale dello spaccio di Rogoredo, non è più quella lineare di un conflitto a fuoco nato all’improvviso. Attorno a quel 26 gennaio si sta addensando una nube di sospetti che arriva dal cuore stesso del cosiddetto “boschetto della droga”, quel fazzoletto di verde diventato negli anni un simbolo della disperazione milanese, tra eroina venduta a cielo aperto e vite consumate in silenzio.

Secondo chi frequenta quell’area, l’assistente capo della polizia Carmelo Cinturrino, quarantadue anni non sarebbe stato un volto qualunque. Le voci raccontano di un agente che avrebbe imposto una sorta di tributo quotidiano ad alcuni pusher per “chiudere un occhio”: 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno. Una cifra precisa, ripetuta come un ritornello. E ancora: file improvvisate tra gli spacciatori, consegne di dosi, persino spiccioli raccolti in monete, nove euro alla volta, pur di soddisfare quella pretesa.

Sono racconti che circolano tra chi vive ai margini, ma che ora coincidono con quanto riferito da una fonte agli investigatori. Una denuncia formalizzata in un’annotazione depositata in procura, dove si ipotizza non solo un sistema di richieste indebite, ma anche una presunta “protezione” garantita a due spacciatori italiani che opererebbero nello stesso palazzo in cui l’agente risiede con la compagna. Un dettaglio che, se verificato, aprirebbe scenari pesantissimi sul piano disciplinare e penale.

Cinturrino, oggi indagato per omicidio volontario, ha sempre sostenuto di aver sparato perché la vittima era armata. Ha parlato di una pistola impugnata dal pusher, di un pericolo imminente. Ma su quell’arma si concentra un altro punto oscuro dell’inchiesta: il sospetto, tutto da verificare, che si trattasse di una pistola finta e che sarebbe stata portata sulla scena dopo lo sparo. Un’ipotesi che, se trovasse conferme, ribalterebbe completamente la versione iniziale dei fatti.

Abderrahim Mansouri, noto nel giro come “Zack”, era un volto conosciuto a Rogoredo. L’agente ha dichiarato di conoscerlo solo di vista. Tuttavia, proprio attorno a quel rapporto si starebbero concentrando gli accertamenti della Squadra mobile, coordinata dal pubblico ministero Giovanni Tarzia. Gli investigatori stanno cercando riscontri oggettivi: tabulati, immagini, testimonianze incrociate, eventuali movimenti di denaro. Ogni elemento può diventare decisivo in un’indagine che tocca nervi scoperti.

Il boschetto di Rogoredo non è solo un luogo di spaccio. È un microcosmo dove la legge e l’illegalità convivono in un equilibrio instabile. Negli anni, operazioni di polizia, sgomberi e controlli si sono alternati a periodi di apparente calma, senza mai cancellare del tutto il problema. In questo contesto, l’idea che un rappresentante delle forze dell’ordine possa aver sfruttato quella fragilità per ottenere vantaggi personali rappresenta un colpo durissimo alla credibilità delle istituzioni.

I legali della famiglia di Mansouri hanno raccolto le testimonianze di conoscenti e frequentatori dell’area, trasmettendole agli inquirenti. Non si tratta di prove, ma di elementi che ora dovranno essere vagliati con rigore. La linea tra voci di strada e fatti accertati è sottile, e l’inchiesta dovrà separare suggestioni e realtà.

Resta il dato centrale: un uomo è morto, un agente è indagato per omicidio volontario, e attorno a quella pistola si muove un racconto che cambia di giorno in giorno. Se le presunte richieste di pizzo e le ipotesi di coperture trovassero conferma, la vicenda di Rogoredo non sarebbe più soltanto una sparatoria finita male, ma la spia di un sistema malato annidato dove meno ce lo si aspetta.

Milano osserva con attenzione. Perché Rogoredo non è un luogo lontano: è un pezzo di città dove la marginalità e la violenza si intrecciano con la vita quotidiana. E ogni dettaglio che emergerà da questa inchiesta dirà qualcosa non solo su ciò che è accaduto quel giorno, ma su quanto fragile possa diventare il confine tra chi dovrebbe far rispettare la legge e chi la infrange.