C’è un genere letterario che in Italia non tramonta mai: il post politico scritto a caldo e cancellato a freddo. Rogoredo, stavolta, lo trasforma in un piccolo festival del dietrofront. Video spariti alla velocità della luce, frasi che ieri erano “certezze” e oggi diventano “se”, “ma”, “vediamo”, “accertiamo”. E soprattutto una morale non dichiarata ma chiarissima: quando ti affretti a processare i pm in diretta social, rischi che la realtà ti presenti il conto con gli interessi.
La sequenza è nota e, proprio per questo, spietata. Dopo l’uccisione di Abderrahim Mansouri il 26 gennaio, una fetta consistente della destra securitaria si schiera immediatamente “con l’agente”, identificato nel poliziotto Carmelo Cinturrino. Non c’è cautela, non c’è attesa, non c’è neppure la classica prudenza istituzionale. C’è, invece, la scelta più redditizia in termini di like: trasformare il caso in simbolo. E il simbolo, si sa, non ama le sfumature.
Il testacoda più fragoroso è quello di Matteo Salvini, fotografato in due versioni che sembrano scritte da due autori diversi. Salvini uno, quello delle prime ore, è perentorio: «Sono dalla parte del poliziotto senza se e senza ma» (26 gennaio, mezz’ora dopo l’omicidio). Il giorno dopo rincara: «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato!» (27 gennaio). E il 29 gennaio aggiunge pathos e accusa politica: «Quel poliziotto sta soffrendo, scorretto fare politica sulla pelle di chi ha fatto il suo lavoro», tuonando contro Schlein. Parole granitiche, pensate per essere ripetute, condivise, incise sul marmo dell’indignazione.
Poi arriva Salvini due, “ieri”, e la sceneggiatura cambia genere: dal western al manuale di autodifesa. «Se l’agente ha sbagliato deve pagare più di tutti, ben vengano le indagini se servono a scoprire una mela marcia su cento». In mezzo c’è la definizione di «inchiesta odiosa», che a questo punto suona come una frase scappata di mano: perché se “ben vengano le indagini”, l’odiosità evapora e resta il problema di partenza, cioè aver costruito un processo al contrario, con la sentenza prima delle carte.
A fare da gran cassa alla linea-Salvini, già il 27 gennaio, c’era Roberto Vannacci, allora vice e oggi leader di Futuro nazionale. Il suo post, con video-rivisitazione del film “Per un pugno di dollari”, è scritto come uno slogan da trailer: «Codice Sergio Leone. Quando un delinquente con la pistola a salve incontra un poliziotto con la pistola vera, il delinquente è un uomo morto». Poi la chiosa che sposta tutto su un piano ideologico: «La remigrazione salva vite». Tradotto: se il “pusher marocchino” fosse stato “remigrato”, non sarebbe passato da Rogoredo e non sarebbe morto sparato. È un salto logico che pretende di sembrare una conclusione. E che oggi, riletto, assomiglia più a un tonfo.
Nel coro delle dichiarazioni precipitate, o quantomeno sfortunate, entrano anche nomi e ruoli pesanti: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami, il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, e la premier Giorgia Meloni. Piantedosi la mette sul piano normativo: «Con lo scudo penale gli agenti e anche quel poliziotto avrebbero potuto usufruire del beneficio dell’onere della prova». Tradotto, come viene spiegato: non sarebbero stati indagati. Bignami alza la posta e chiede un’adesione corale: «Esprimo vicinanza al poliziotto, lo facciano tutti i partiti, perché su chi ogni giorno garantisce la legalità e la sicurezza della nazione non possono esserci divisioni». Gasparri si allinea con una formula che in questi casi è sempre pronta in tasca: «Totale solidarietà al poliziotto».
E poi c’è Meloni, che il 5 febbraio a Diritto e Rovescio lega Rogoredo a un altro episodio e costruisce il frame del “doppio standard”: «Qualche giorno fa un agente spara a uno spacciatore che gli puntava addosso una pistola. Quell’agente viene indagato per omicidio volontario, mentre il signore che è agli arresti domiciliari — la premier parla dell’antagonista che a margine della manifestazione pro Askatasuna a Torino ha preso a martellate un agente — è indagato per violenza contro pubblico ufficiale. Questo doppiopesismo di certa parte della magistratura rende un po’ difficile essere efficaci nella difesa della sicurezza dei cittadini». È una costruzione narrativa potentissima, perché fa una cosa semplice: sposta il discorso dalle responsabilità individuali al “noi contro loro”. E quando lo fai, i dettagli diventano fastidiosi.
Nel frattempo, intorno al caso, alcuni programmi tv “strillano” per giorni. Nel rumore di fondo dei megafoni citati — Nicola Porro, Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Giuseppe Cruciani, Tommaso Cerno — spunta anche una figura che buca lo schermo con una scena pensata per essere ricordata: il segretario generale del Siulp di Varese, Paolo Macchi. Il 2 febbraio, a Fuori dal Coro su Rete4, punta una pistola verso la telecamera. «Guardatela bene, è solo un giocattolo ma se ve la puntassero contro in un bosco di notte parlereste ancora di eccesso di difesa?». E ancora: «Se ci chiamate forze dell’ordine, un motivo c’è. Se non vi piace l’uso della forza allora disarmateci». È televisione muscolare, quasi teatrale. Peccato che, quando l’inchiesta cambia luce, quella teatralità resti lì: come un fotogramma che non invecchia, ma peggiora.
È in questo clima che arriva l’imbarazzo finale, quello dei contenuti cancellati. Come il caso dell’europarlamentare leghista Silvia Sardone, che elimina un video in cui proponeva di conferire una medaglia al poliziotto Cinturrino. Nel filmato dice: «È indagato per omicidio volontario, assurdo… Ha fatto bene, ha fatto il suo lavoro… Cosa doveva fare, chiedere allo spacciatore “scusa la pistola è vera o falsa?”». Una battuta che funzionava perfettamente finché la storia era raccontata in un solo modo: l’agente costretto a scegliere in un attimo. Ma qui l’accusa, così come viene riportata, ribalta il punto: l’assistente capo Cinturrino lo sapeva che pistola era, «avendola messo lui di fianco al corpo dell’uomo che aveva appena ucciso». «A sangue freddo».
E a quel punto il boomerang non è più solo politico, è comunicativo. Perché il problema non è “aver espresso solidarietà”, gesto legittimo e umano. Il problema è aver trasformato la solidarietà in verdetto, e il verdetto in clava contro i magistrati, contro “i pm”, contro “l’inchiesta odiosa”, prima ancora di conoscere tutto. Oggi, nella fretta di riposizionarsi, si vedono i segni della corsa all’indietro: il condizionale che sostituisce l’imperativo, il “se” che prende il posto del “senza se e senza ma”, la prudenza riscoperta quando l’impeto non conviene più.
Rogoredo, insomma, diventa la cartina tornasole di un riflesso italiano: gridare subito, cancellare dopo, e sperare che la memoria del web sia corta. Ma le frasi restano, anche quando spariscono. E certe capriole, una volta viste, non puoi far finta che siano state solo un passo di danza.







