“Ti sfido a duello. A cazzotti o con la spada, scelga lui”: Barbareschi alza il tiro contro Ranucci dopo l’affondo di Report sui fondi al Teatro Eliseo

Luca Barbareschi

Sono vicini di palinsesto, ma lontani anni luce per tono e sangue freddo. La domenica sera di Rai3, che in teoria dovrebbe scorrere liscia tra Report e “Allegro ma non troppo”, si è trasformata in un ring. Da una parte Sigfrido Ranucci, dall’altra Luca Barbareschi. In mezzo, il nervo scoperto dei finanziamenti pubblici al Teatro Eliseo di Roma, rilevato dall’attore nel 2015, e una polemica che ormai non è più una scaramuccia: è un duello dichiarato, almeno a parole.

La scintilla arriva dall’ultima puntata di Report, che ha dedicato il blocco finale ai contributi concessi all’Eliseo tra il 2017 e il 2022: 13 milioni complessivi, con un capitolo che pesa più degli altri, quegli 8 milioni legati a un emendamento bipartisan per il centenario. Ranucci, dopo la ricostruzione dell’inchiesta e delle sue tappe, chiude con una stoccata in diretta: «Nessuno l’ha spiato, non c’è nulla di eversivo, solo la lettura dei bilanci del teatro Eliseo di cui lui è proprietario. E quello che emerge è che dovrebbe restituire 8 milioni di euro. Ora Allegro ma non troppo può cominciare».

Qui il clima cambia. Perché non è più una critica generica: è una frase con un peso preciso, un numero preciso, e un’accusa che Barbareschi non lascia cadere.

Nel retroscena, la tensione covava già da giorni. La domenica precedente, Barbareschi si era lamentato in diretta per un dettaglio che, in tv, diventa facilmente questione di rispetto: «Vorrei ringraziarlo e ricordargli che mi chiamo Luca Barbareschi, gli costerebbe poco dire che dopo il suo programma c’è il nostro, ma gli fa fatica». Poi l’affondo, più personale, sul “consulente commerciale” di Report: «il suo consulente commerciale Gian Gaetano Bellavia che mi spia da due anni e che per questo verrà querelato». Ranucci, in tempo reale, aveva liquidato lo sfogo definendolo «un indegno sproloquio». E una settimana dopo, ecco l’attacco più strutturato, in chiusura di trasmissione, proprio mentre si passa la linea.

Il giorno dopo non c’è pace. Ranucci, almeno pubblicamente, frena: «Non ho altro da aggiungere, volevo solo ribadire la verità. Nessuno ha spiato nessuno, ho solo fatto leggere i bilanci a Bellavia». È una frase che non spegne l’incendio, semmai lo delimita: niente spionaggio, solo numeri e carte.

Barbareschi, inizialmente, sembra voler evitare il ping pong. Poi cambia passo e decide di rispondere a muso duro, mettendo sul tavolo la sua versione politica e amministrativa della storia: «La differenza tra me e Ranucci è che io faccio una trasmissione aspirazionale, divertente e culturale. Lui è solo buono a creare maldicenze. La legge sull’Eliseo non l’ho fatta io, ma è stata pensata quando era premier Paolo Gentiloni, con il ministro della Cultura Dario Franceschini e quello dell’Economia Pier Carlo Padoan».

E sul punto più sensibile, quello dei soldi, la frase è secca, difensiva, definitiva: «Poi si sono inventati che era scritta male e che i soldi andavano restituiti. Preciso che non mi sono messo in tasca nemmeno un euro, li ho usati tutti per il teatro».

Non è solo una smentita: è la rivendicazione di un confine, quasi morale, tra interesse personale e gestione di un bene culturale. Barbareschi non concede nemmeno un centimetro alla narrazione del “finanziamento facile”. E, anzi, sposta il piano: se c’è un problema, sostiene, non sarebbe suo, ma di una norma “pensata” da altri e poi ritenuta “scritta male”.

A quel punto, però, il terreno si sposta dalla contabilità alla guerra di nervi. Barbareschi non si limita più a controbattere: deride. «Ranucci mi annoia, l’ho ribattezzato Torpor. Milena Gabanelli faceva una bella trasmissione, lui no. Ed è un impiegato della Rai come me. Però è maleducato, il programma successivo si lancia sempre, ce lo insegnò Berlusconi».

La frase è un concentrato di stile Barbareschi: paragone ingombrante, etichetta sarcastica, e quella lezione di tv tirata fuori come regola non scritta del mestiere. Subito dopo arriva il colpo di teatro che, inevitabilmente, si prende i titoli: «Non gli voglio male. È uno dei tanti finti eroi che poi finiscono nel nulla. Lo sfido a duello. A cazzotti o con la spada, scelga lui».

È qui che la polemica esce definitivamente dai binari del botta e risposta e diventa spettacolo dentro lo spettacolo, con due programmi attaccati l’uno all’altro e un pubblico che, volente o nolente, si ritrova a seguire anche questo: il dietro le quinte trasformato in prima serata.

La domanda adesso non è se lo scontro continuerà, ma dove andrà a parare. Perché quando si pronuncia “restituire 8 milioni” da una parte e “non mi sono messo in tasca nemmeno un euro” dall’altra, non è più soltanto televisione: è una linea rossa tra reputazione, ricostruzioni e contro-ricostruzioni. E, come spesso accade, il prossimo round arriverà nello stesso posto: la domenica sera, su Rai3, a pochi secondi dal passaggio di linea.