Tram deragliato e finito contro il palazzo, 2 morti e 54 feriti: “Un boato, poi il vuoto. E ho capito che potevo morire”

tram deragliato a Milano

Il dettaglio che torna, in tutte le voci, è l’attimo prima. Un rettilineo alberato, il sole, la normalità ostinata di una giornata qualunque. Poi la città che si spacca in due: un tram che sbandava, un rumore secco, una massa di metallo che diventa improvvisamente incontrollabile. In viale Vittorio Veneto la scena è quella che resta addosso anche quando ti hanno già portato via: lamiere, vetri, sedili deformati, sangue sui volti, passeggeri ammassati come se qualcuno avesse rovesciato la vita dentro un sacco.

Sofia Lazaro ha 25 anni, studia Economia alla Statale, e dice che stava facendo una cosa banalissima: andare alla Rinascente, “volevo fare shopping”. Il tremito le torna in gola quando prova a rimettere in fila i secondi. Ricorda di essere seduta, ricorda un tram “strapieno”, ricorda persino la contentezza di quel piccolo privilegio: un posto a sedere in mezzo alla ressa. Poi, la sensazione di scivolare: “ha sbandato”, racconta, “e subito dopo c’è stato il botto”. Da lì in avanti, non è più una corsa su rotaie: è un mondo che si capovolge. “Ho sbattuto la faccia contro il sedile davanti”, ripete più volte, come se quella frase fosse l’unico appiglio solido. E la frase successiva, identica ogni volta: “Sono viva”.

Quando riesce a scendere, dice che è come se avesse riaperto i polmoni. L’aria fuori è reale, ma quello che vede non lo è più. Parla di un uomo a terra, immobile, “pieno di sangue”. Dice che non aveva mai visto un morto e che proprio per questo l’immagine le resta conficcata come una scheggia. E poi la figura di una donna, la gamba bloccata sotto una ruota: “l’ho vista benissimo”, ammette, e subito dopo confessa di essersi girata dall’altra parte perché non riusciva a reggere.

In quei momenti non si ragiona, si conta. Si fa l’inventario di sé stessi. Il corpo, prima ancora della mente, chiede una risposta semplice: sono intero? sono vivo? Nel tram, raccontano in molti, si è sentito un urlo enorme, collettivo, di quelli che non hanno parole perché la parola arriva sempre dopo. I telefoni sono schizzati via, così le borse, gli occhiali, qualunque cosa non fosse ancorata al metallo. E anche le persone: spinte una contro l’altra, sbalzate, schiacciate in un nodo di corpi. Un tram è metallo: quando colpisci il metallo con il volto, con le costole, con i denti, il metallo vince. Traumi, fratture, labbra spaccate, nasi rotti. E un tetto che, nella parte finale, appare piegato e accartocciato come se qualcuno lo avesse strizzato con due mani giganti.

Rosanna Bianchi ha 80 anni e racconta la stessa sequenza con la precisione di chi, anche sotto shock, cerca un ordine. Era appena uscita da un ufficio in viale Montesanto, una pratica qualunque, e poi era salita sul 9 in piazza della Repubblica. “Non ho neanche fatto in tempo a trovare posto”, dice, perché di posto non ce n’era: tanta gente, tutti stretti, e quell’equilibrio precario tipico dei mezzi pieni. Ricorda “una frenata”, poi il tram che va prima da una parte e poi dall’altra. “Ha sbandato a destra e poi a sinistra. Dopo, la botta”. Nel suo racconto c’è anche un’immagine che ha temuto di vedere sparire: una carrozzina con un bambino piccolo, e accanto la madre che teneva per mano un altro figlio. “Poi ho visto che erano vivi”, dice. E su di sé si concede un bilancio che sembra quasi una colpa: “forse una costola, ma mi sento fortunata”.

Al Fatebenefratelli, dove molti feriti sono stati portati, la paura si traduce in attese: Tac, radiografie, controlli per escludere emorragie interne o traumi più profondi di quanto il dolore lasci intuire. Rosanna aspetta mentre il marito la cerca con lo sguardo e piange senza vergogna. Quando ha saputo dell’incidente è uscito di casa di corsa, ha preso la bicicletta “così com’ero, senza giacca”, e ha pedalato fino a via Lazzaretto. La figlia Roberta racconta che la madre al telefono era in uno stato che non somiglia a niente: piangeva e ripeteva una cosa apparentemente assurda, come succede quando la mente si aggrappa al dettaglio più piccolo per non sprofondare. “Ho perso le scarpe, non trovo più le mie scarpe”. È il linguaggio dello shock: non descrive tutto, descrive quello che può.

C’è anche chi vive l’incidente da un angolo paradossale. Lucia Camboni ha 60 anni, fa l’infermiera in Endoscopia ed era appena uscita dal suo turno, proprio al Fatebenefratelli. Il suo programma era semplice: prendere il 9, scendere a Porta Venezia, prendere la rossa e tornare a casa. Invece si è ritrovata in ospedale come paziente, nello stesso ospedale dove lavora. “Ero seduta”, dice, eppure è finita a terra. “Sono caduta sul pavimento e poi mi sono caduti addosso tutti”. Aspetta l’esito della Tac con un sacchetto di ghiaccio premuto sulla ferita alla testa. Fuori, il marito sembra più scosso di lei. In certi corridoi, davanti a certe porte chiuse, la vita tira fuori ricordi che non c’entrano niente e c’entrano con tutto: “quando ci siamo conosciuti mi sono innamorato subito”, dice, come se pronunciare quella frase servisse a tenere lontana l’idea peggiore.

Intorno, le storie si intrecciano senza incontrarsi. Un ragazzo chiede notizie in inglese di un amico che viaggiava sul tram: “è solo, mi ha scritto su WhatsApp”. Lo descrive come un giovane tedesco che lavora a uno spettacolo in Triennale e che manda messaggi di aiuto ai colleghi. Poco distante, Corinne, incinta, con una bambina per mano, racconta di una telefonata che le ha “gelato il sangue”: una voce femminile, dall’ambulanza, le ha detto che stavano portando suo marito al Fatebenefratelli e che parlavano loro perché lui “non riusciva a farlo”. Poi gliel’hanno passato per pochi secondi: “non riesco a parlare, ho troppo male alla schiena, vieni in ospedale”. Lei resta lì, in piedi, con il pancione e la paura che la schiena sia davvero la schiena.

La scena dell’incidente, invece, resta fuori, in strada, come un’immagine che continua a riaccendersi anche quando smetti di guardarla. Un tram sfasciato, incastrato contro un palazzo. E una domanda che si ripete in tutte le voci, in tutte le età, in tutte le vite interrotte a metà corsa: com’è possibile che in un secondo sia successo tutto? Subito dopo, la domanda più semplice e più feroce, quella che nessuno dice ma tutti hanno pensato: sono vivo? E quando la risposta arriva, è quasi uno stupore. Uno stupore pieno di sangue, di urla, di silenzio. Uno stupore che non assomiglia alla gratitudine: assomiglia soltanto alla sopravvivenza.