Tre cacciatori uccisi nei boschi dei Nebrodi, il quarto uomo e la sua versione che non regge. Chi c’è dietro il massacro di Montagnareale?

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C’è una sola certezza, a una settimana dalla strage che ha sconvolto Montagnareale e l’intera area dei Nebrodi messinesi: la mattina del 28 gennaio, all’alba, insieme ad Antonio Gatani e ai fratelli Giuseppe e Devis Pino, nel bosco di contrada Caristia c’era un quarto uomo. Non un passante, non un estraneo, ma un amico di una delle vittime. Ed è proprio su di lui che ora si concentrano le indagini dei carabinieri.

Il nome degli investigatori è quello di un cinquantenne originario di Patti, più giovane di Gatani, l’82enne ucciso. I due si conoscevano da una vita. A raccontare che quella mattina erano partiti insieme è stato il figlio dell’anziano, che li ha visti allontanarsi ciascuno con la propria auto, direzione Montagnareale, come tante altre volte era accaduto.

Il profilo dell’uomo è quello di una vita ai margini: lavori saltuari nei campi, nessun matrimonio, vive con il fratello. Ed è, come le vittime, un appassionato di caccia. Non un neofita, dunque. Non uno che si sveglia all’alba per caso.

Sentito poche ore dopo la scoperta dei cadaveri, il cinquantenne è stato sottoposto alla prova dello stub, l’esame che rileva eventuali tracce di polvere da sparo su corpo e vestiti. In quel momento, però, non era formalmente indagato e non aveva un legale. Una scelta che oggi rischia di pesare sull’inchiesta, tanto che i suoi difensori hanno già annunciato battaglia sul piano procedurale.

Agli inquirenti l’uomo ha confermato ciò che non avrebbe potuto negare: sì, era andato a caccia con Gatani. Ma ha aggiunto un dettaglio che suona come una stonatura sempre più evidente. Sostiene di essersi fermato prima del luogo della strage, di non essere mai sceso dall’auto e di essere tornato indietro, in paese. Nessuno sparo sentito. Nessun rumore. Nessuna anomalia notata.

Ed è qui che il racconto comincia a scricchiolare. Perché mai un cacciatore esperto dovrebbe alzarsi all’alba, percorrere chilometri di strade sterrate, fango e pietre, per poi non scendere neppure dall’auto? Perché affrontare un viaggio simile senza imbracciare il fucile, senza mettere piede nel bosco?

Domande che i carabinieri si stanno ponendo da giorni. Domande alle quali potrebbe rispondere la tecnologia. L’analisi delle celle telefoniche agganciate dal cellulare del cinquantenne consentirà di ricostruire con precisione la sua posizione e i suoi spostamenti, collocandolo nel tempo e nello spazio. Sarà quello, probabilmente, uno degli snodi decisivi dell’inchiesta: capire se l’uomo si sia davvero allontanato prima della sparatoria o se si trovasse ancora nei pressi del sentiero dove i tre cacciatori sono stati uccisi.

I corpi sono stati trovati a circa trenta metri l’uno dall’altro, tutti lungo lo stesso tracciato. Accanto ai cadaveri, i fucili, ora sequestrati e al vaglio dei carabinieri del Ris di Messina. A dare l’allarme è stato un ragazzo che stava facendo motocross nella zona. Una scoperta casuale che ha portato alla luce una scena di morte che ancora oggi appare difficile da decifrare.

Le prime ipotesi investigative stanno perdendo forza. Quella dell’incidente di caccia, del colpo partito per errore seguito da una reazione a catena, sembra sempre meno plausibile. Troppi colpi, troppa distanza tra i corpi, una dinamica che non convince chi indaga.

Prende invece corpo un’altra ricostruzione, non meno agghiacciante. Una lite. Un confronto degenerato. Sullo sfondo, il controllo del territorio di caccia. I fratelli Pino avevano percorso circa cinquanta chilometri per raggiungere Montagnareale. Gatani e il suo amico, invece, erano frequentatori abituali di quella zona. L’idea che qualcuno abbia percepito quella presenza come un’invasione, come uno sgarro, come una provocazione, è un’ipotesi che gli investigatori stanno valutando con crescente attenzione.

Chi ha sparato per primo? E soprattutto perché? Sono le due domande che tengono l’inchiesta sospesa. Risposte che, forse, solo l’unico sopravvissuto a quella mattina potrebbe fornire. Ma prima, per i carabinieri, occorre stabilire dove si trovava davvero quando i colpi di fucile hanno squarciato il silenzio del bosco.

Nel frattempo, sul caso incombono anche le ombre procedurali. I difensori del cinquantenne sostengono che fin dall’inizio avrebbe dovuto essere sentito come indagato, con un legale presente. Se questa tesi dovesse trovare spazio, alcuni atti – dalla prova dello stub all’autopsia sui tre corpi – potrebbero essere messi in discussione. Un rischio concreto in un’indagine che, al momento, si regge su equilibri fragili.

Nei Nebrodi, intanto, resta il silenzio. Quello dei boschi e quello di una comunità che fatica a comprendere come una mattina di caccia possa essersi trasformata in una strage.