Un milione di file “ad altissima sensibilità” sottratti dallo studio Bellavia: il rinvio a giudizio, i nomi eccellenti e lo scontro politico su Report e i “dossier”

Sigfrido Ranucci – Roma, Studi Rai Via Teulada: trasmissione Report

C’è un numero che, da solo, dà la misura del caso: 1.323.953 file. È la quantità di documenti che, secondo l’accusa formulata a partire dalla denuncia di Gian Gaetano Bellavia, sarebbe stata sottratta dai database del suo studio da una ex dipendente oggi rinviata a giudizio con citazione diretta per «accesso abusivo a un sistema informatico». Non si tratta, nella ricostruzione, di un episodio marginale o di un banale “download” di materiale di lavoro: la contestazione parla di un patrimonio digitale enorme, pari a circa 910 gigabyte, descritto come il «know how dello studio», quindi un archivio che non riguarda soltanto pratiche, ma metodi, dossier, tracciati operativi, strutture di analisi.
Bellavia è un professionista noto nel circuito della criminalità economica anche perché da anni svolge consulenze in diverse inchieste e perché compare spesso come esperto nella trasmissione Report, su Rai Tre.

Proprio questa sovrapposizione tra ruolo tecnico, visibilità televisiva e delicatezza degli incarichi spiega perché il fascicolo giudiziario abbia immediatamente assunto un profilo pubblico e politico. Secondo la ricostruzione riportata, l’ex dipendente, dopo l’uscita dallo studio, avrebbe utilizzato quei file nel successivo impiego presso due società di investigazioni. È su questo punto che la vicenda diventa potenzialmente esplosiva: non solo la sottrazione di documenti, ma l’eventuale riutilizzo in altri contesti.

Nelle carte, viene riferito, sarebbero presenti informazioni su centinaia di clienti e su molti nomi di rilievo della politica e dell’impresa. Tra quelli citati compaiono, tra gli altri, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, John Elkann, Massimo D’Alema, Luigi Di Maio, Flavio Briatore, Gianni Letta, Claudio Lotito, Cesare Previti e Giulio Tremonti. La precisazione è fondamentale, perché in questa partita la differenza tra “cliente” e “nome presente in un fascicolo” cambia completamente il senso della storia. La stessa ricostruzione segnala infatti che alcuni di questi sarebbero clienti dello studio, altri personaggi coinvolti in vicende giudiziarie nelle quali Bellavia avrebbe lavorato come consulente dei pubblici ministeri. In ogni caso, nella denuncia, Bellavia parla di documenti «ad altissima sensibilità».

Un’espressione che, per come è stata letta, aprirebbe uno scenario ulteriore: la possibilità che nell’archivio non ci siano soltanto atti “ordinari” di studio, ma anche materiali di procedimenti, come intercettazioni, conti bancari, perquisizioni consegnati per attività di consulenza e non necessariamente confluiti in atti pubblici o in processi. È su questo crinale che si innesta la polemica politica. La prima reazione ufficiale arriva dalla Lega con una nota che punta dritta al tema dei dossier e delle “inchieste parallele”, collegando questo episodio ad altri casi di presunto dossieraggio: «Prima i dossieraggi abusivi, ora la fuga di dati sensibili dallo studio di un consulente di Report, trasmissione nota per il linciaggio contro la Lega.

Le notizie apparse anche oggi sulla stampa, che confermerebbero il vizio di indagini parallele e opache nei confronti del tesoriere della Lega Alberto Di Rubba, sono altamente preoccupanti. È necessario e urgente che queste vicende vengano chiarite in modo inequivocabile, anche per far emergere mandanti e destinatari di questi dossier». Il punto, qui, non è soltanto la sottrazione dei file: è l’insinuazione che quel tipo di archivio, nelle mani sbagliate, possa diventare uno strumento di pressione, delegittimazione o costruzione di narrazioni.

La replica di Report arriva per voce del conduttore Sigfrido Ranucci, che ridimensiona radicalmente la portata del materiale collegabile alla trasmissione e contesta l’idea di un archivio “segreto” utilizzato per processi mediatici: «Non c’è nulla di riservato di Report che è stato trafugato. Si tratta soltanto di materiale legato alla gestione dello studio da commercialista del nostro perito Bellavia. Materiale proveniente da fonti aperte, visure camerali, bilanci, documenti del genere che sono stati fatti analizzare al nostro perito. Non c’è nessun materiale riservato che ha portato a processi mediatici». E, sulla parte più politica, Ranucci risponde alle accuse della Lega sui presunti riflessi del caso: «Sui processi dei commercialisti della Lega, Report non ha alcun merito, se non quello di averli raccontati. Il merito del perché sono finiti a processo è solo ed esclusivamente degli stessi commercialisti. Non c’è alcun mistero».

In mezzo resta una questione che, al di là delle contrapposizioni, è difficilmente aggirabile: che cosa significa oggi, in termini di sicurezza e responsabilità, custodire archivi digitali enormi che possono contenere dati personali, elementi finanziari, materiali di lavoro, appunti, atti ricevuti per consulenze e analisi? Se l’accusa di Bellavia verrà confermata, il caso avrebbe dimostrato quanto sia fragile il confine tra gestione interna e fuga di informazioni, e quanto rapidamente un contenzioso di lavoro possa trasformarsi in un problema giudiziario e istituzionale. Se invece, come sostiene la trasmissione, l’archivio trafugato fosse composto solo da «fonti aperte», la domanda si sposterebbe su un altro piano: perché sottrarre e trasferire un patrimonio del genere, e come si è potuto arrivare a numeri così vasti senza che scattassero barriere efficaci?

La partita, adesso, si gioca su due tavoli paralleli. In tribunale, dove si dovrà chiarire che cosa sia stato davvero sottratto, con quali modalità e con quali eventuali utilizzi successivi. E nello spazio pubblico, dove la vicenda viene già letta come un test sulla credibilità dei soggetti coinvolti: da una parte chi denuncia un furto massivo di materiale “sensibile”, dall’altra chi respinge l’ombra di archivi riservati e rivendica la natura “aperta” dei documenti. In mezzo, la politica che alza il tiro e prova a trasformare una contestazione informatica in una questione di potere, controllo e narrazione.