Milano, archivi digitali, consulenze giudiziarie, studi televisivi. Il caso Bellavia non nasce come scandalo mediatico: nasce come atto giudiziario, come una denuncia, come un fascicolo che punta su un reato preciso, l’accesso abusivo a un sistema informatico. Poi, però, succede sempre la stessa cosa: quando i numeri diventano enormi e i nomi diventano pesanti, la cronaca smette di essere cronaca e diventa potere.
Un milione e trecentomila file. Novecentodieci gigabyte di dati. Un archivio che, stando all’accusa, sarebbe stato sottratto in un arco di tempo delimitato e che conteneva materiale relativo a centinaia di soggetti, tra clienti dello studio e personaggi coinvolti in vicende giudiziarie per le quali il commercialista era stato chiamato a svolgere consulenze. Il rinvio a giudizio dell’ex collaboratrice – e la scelta della citazione diretta per “accesso abusivo” – è il detonatore. Il resto è la nube: politica, Rai, Procure, reputazioni, sospetti.
Il punto, infatti, non è solo “chi ha copiato”. Il punto è “che cosa è stato copiato” e, soprattutto, “perché era lì”. Perché quegli archivi esistessero in quella forma e in quella quantità. Perché in un sistema che dovrebbe vivere di regole, procedure, catene di custodia e obblighi di distruzione dei materiali non utilizzabili, si scopre un deposito di dati talmente esteso da sembrare una banca parallela della conoscenza: la conoscenza che scotta, quella che ricatta, quella che sposta rapporti di forza.
È su questa scia che la vicenda deflagra in Parlamento. Forza Italia alza il tiro con un’interrogazione al ministro della Giustizia e al ministro competente per le verifiche sulla Rai. La firma non è periferica: ci sono i capigruppo e un elenco di parlamentari che segnala una scelta politica precisa, non una sortita estemporanea. Il testo dell’interrogazione, per come viene impostato, non punta solo a chiedere “che cosa è accaduto”, ma a mettere sotto accusa l’intero perimetro di relazioni costruito negli anni: consulenze, contatti, materiali in possesso di un consulente privato che, contemporaneamente, lavora per uffici giudiziari e viene presentato in tv come esperto d’inchieste.
La formula scelta è esplosiva: si parla di “enorme scalpore e indignazione” per un caso che coinvolgerebbe, insieme, “vertici della magistratura e informazione televisiva”. E soprattutto si insinua un dubbio che, in politica, è già accusa: se quel materiale era “riservatissimo”, da dove arrivava? Perché è stato conservato? E chi, eventualmente, poteva beneficiarne?
Il ragionamento degli azzurri segue una logica che punta a un effetto preciso: trasformare la vicenda da furto di studio in potenziale “maxi-dossieraggio”. Il lessico è calibrato: “rischio”, “presupporre”, “probabilmente”. Condizionali, sì, ma con la struttura di un atto d’accusa. In mezzo, un elenco di dettagli che pesa come piombo: tra i file ci sarebbero informazioni riferibili a politici, imprenditori, magistrati, con un particolare che Forza Italia rimarca con insistenza, perché è quello che fa più paura: la raccolta non sarebbe recente, suggerendo un accumulo lungo anni. Quindi non un incidente, non una distrazione, ma un’abitudine.
Qui si innesta il tema più delicato: i confini tra giustizia e informazione. Report finisce nella tempesta non solo perché Bellavia è stato ospite ricorrente come esperto, ma perché la trasmissione diventa il bersaglio ideale per chi, da tempo, la descrive come un potere che agisce fuori controllo. E allora si spalanca la contrapposizione classica: da un lato chi chiede verifiche e parla di “opacità”, dall’altro chi denuncia il tentativo di mettere il bavaglio a un programma d’inchiesta.
La reazione del Movimento 5 Stelle, attraverso una sua esponente in Vigilanza Rai, va proprio in questa direzione: attacco a chi ha pubblicato la notizia e accusa di campagna diffamatoria contro Report e il suo conduttore. È la difesa d’ufficio del servizio pubblico, o almeno di una parte della sua immagine, e prova a spostare il baricentro: non parliamo del contenuto dei file, parliamo dell’intenzione di chi ne parla.
Ma l’altra parte risponde con la stessa moneta, e alza la posta: nessuno può zittirci. Il discorso diventa quasi ideologico, un inno alla libertà di espressione contro il rischio di “tele-dittature” e modelli autoritari evocati come spauracchio. È un gioco di specchi che funziona sempre: mentre tutti urlano “libertà”, il tema centrale scivola sullo sfondo. E il tema centrale, in questo caso, è una domanda secca, da cronaca nera dell’informazione: chi voleva quelle carte?
Perché se l’accusa è vera e un archivio di quelle dimensioni è stato copiato e portato fuori, la lettura “furto su commissione” diventa quasi inevitabile. Non perché sia provata, ma perché è coerente. Non si porta via quasi un terabyte di dati “per caso”, né per vendetta, né per capriccio. Lo si fa per usarlo. Per venderlo. Per scambiarlo. O per avere una leva. L’informazione è moneta, e qui il conio è pesantissimo.
Dentro quell’archivio, secondo le ricostruzioni circolate, ci sarebbero nomi di primo piano: figure politiche di schieramenti diversi, imprenditori e manager, personaggi del mondo economico-finanziario. E qui si apre il paradosso: alcune di quelle persone potrebbero essere clienti, dunque dati legittimamente detenuti nell’ambito di un rapporto professionale; altre sarebbero semplicemente soggetti legati a procedimenti nei quali il consulente è stato coinvolto come perito. Ma anche in questa distinzione – cliente o non cliente – resta la domanda che divora tutto: perché quelle informazioni sarebbero rimaste conservate? In un ambito delicatissimo come quello delle consulenze giudiziarie, la regola non è l’accumulo, è la stretta necessità. Si usa ciò che serve, si tutela, si restituisce, si distrugge ciò che non deve restare. E invece qui appare un magazzino.
È per questo che il caso si allarga e si complica. Italia Viva, ad esempio, entra nel dibattito in un modo che non è solo politico ma anche personale: se nel calderone dei file compare il nome del leader del partito, scatta il riflesso della tutela. Si parla di esposti, Garante della privacy, verifiche. E si incastra la vicenda in una sequenza di precedenti: intrusioni, spionaggi, scandali di cybersicurezza. Una storia italiana recente in cui i dati diventano arma e la reputazione diventa bersaglio.
Intanto, sul piano giudiziario, la difesa dell’ex collaboratrice respinge l’impianto accusatorio e parla di affermazioni “di estrema gravità” e “del tutto inveritiere”. Anzi, prova a rovesciare la narrazione: sostiene che alcuni elementi sarebbero stati parzialmente smentiti e che la ricostruzione pubblica starebbe correndo troppo, più veloce delle carte e delle verifiche. È una strategia comprensibile: in un caso così, chiunque rischia di essere travolto prima ancora di entrare in aula.
Ma la vera bomba, quella che non si disinnesca con un rinvio a giudizio o con una memoria difensiva, resta lì. È l’effetto boomerang. La denuncia di Bellavia, pensata per colpire chi avrebbe sottratto file, ha acceso un faro sul suo stesso studio. E quando un faro si accende, illumina sempre quello che non vuoi far vedere.
C’è anche un altro elemento che agita le acque: la storia delle “36 pagine” finite nel fascicolo senza firma, senza timbro, senza data. Un documento che elencherebbe ulteriori nomi e materiali, e che – proprio per la sua natura anomala – diventa il simbolo di una catena procedurale opaca. Come è entrato agli atti? Chi lo ha redatto? A quale titolo? Sono dettagli che, in un’indagine normale, resterebbero tecnicismi. Qui invece diventano carburante, perché alimentano l’idea che intorno a questo caso ci sia un livello di manovra, di aggiustamento, di passaggi non limpidi.
E allora la politica ci sguazza. Perché quando c’è opacità, ogni schieramento può proiettare dentro la propria narrazione: chi vede un “sistema” mediatico-giudiziario che produce processi paralleli e linciaggi; chi vede un attacco alla stampa d’inchiesta; chi vede una resa dei conti interna alla Rai; chi vede una guerra di potere tra apparati.
Ma la cronaca, se vuole fare il suo mestiere, deve tornare sempre alla domanda primaria: a chi serviva quel patrimonio informativo? Perché un milione di file non è solo un archivio, è una mappa. E una mappa, nelle mani sbagliate, serve per scegliere obiettivi, costruire ricatti, pilotare campagne, indirizzare pressioni. In modo grossolano, come nel dossieraggio di strada. O in modo sofisticato, con soffiate selettive, articoli “guidati”, insinuazioni a tempo, coincidenze che coincidono sempre con le scadenze giuste.
È qui che il caso diventa “terremoto istituzionale” davvero. Perché non riguarda soltanto la sicurezza informatica di uno studio. Riguarda la fiducia nel perimetro di protezione dei dati sensibili, soprattutto quando quei dati nascono o transitano in un rapporto con la magistratura. E riguarda il servizio pubblico quando ospita, valorizza e trasforma in voce autorevole chi, per funzione professionale, potrebbe avere accesso a mondi informativi che non dovrebbero mai uscire dalle procedure.
La domanda che resta sospesa è la più scomoda: se quei file erano davvero “ultrasensibili”, com’è possibile che fossero conservati in modo tale da poter essere copiati? Chi aveva le chiavi? Chi controllava? Chi verificava? E soprattutto: quanta parte di quel patrimonio informativo era davvero necessaria al lavoro professionale, e quanta parte era semplice accumulo, quell’accumulo che nel tempo diventa potere in sé, anche senza essere usato?
Nel frattempo, il dibattito pubblico si divide come sempre: chi urla al complotto e chi urla al bavaglio. Ma in mezzo resta una zona che fa paura perché è concreta: i dati rubati non spariscono. Se sono usciti, sono usciti. E se sono usciti, qualcuno li sta guardando. Qualcuno li sta catalogando. Qualcuno li sta scegliendo.
Il caso Bellavia-Report, oggi, è questo: una vicenda giudiziaria in corso e un gigantesco interrogativo sullo stato di salute delle nostre regole. La politica chiede ispezioni e accertamenti, la Rai difende la propria autonomia, le parti legali si scambiano accuse e smentite. Ma il cuore nero rimane: un archivio-monstre non nasce in una notte, e un furto così non si fa per sport. Se davvero si è trattato di un colpo su commissione, la prossima domanda non sarà “chi è l’esecutore”. Sarà “chi è il mandante”. E, soprattutto, “chi sono i destinatari”.







