Gregorio Franciacorta tra storia e invenzione: “La spia del papa contro D’Artagnan” e il Seicento diventa thriller

Gregorio Franciacorta, romano verace, uno dei nuovi nomi del thriller storico italiano, torna in libreria con il suo terzo lavoro e rilancia una formula narrativa ormai riconoscibile: la storia come scenario e l’invenzione come motore. “La spia del papa contro D’Artagnan – La sfida impossibile” mette in dialogo due mondi, quello reale e quello letterario, attraverso personaggi che appartengono tanto agli archivi quanto all’immaginario collettivo. Ne nasce un racconto dinamico, in cui il Seicento diventa terreno di gioco per intrighi, indagini e colpi di scena.

Dopo Il cavaliere di Malta e I morti di San Sebastiano, questo è il suo terzo libro pubblicato: “La spia del papa contro D’Artagnan”. Chi è la spia del papa?

La spia del papa è il protagonista di quasi tutti i miei racconti, Diego Albironi, un ufficiale della marina pontificia, che nel ’600 era piccola ma c’era. Anche lo Stato della Chiesa aveva il suo esercito: la Compagnia delle guardie di Nostro Signore.

E D’Artagnan?

D’Artagnan è un personaggio storico, Charles de Batz de Castelmore, conte d’Artagnan. In realtà Artagnan era il cognome della madre, che lui conservò perché era più prestigioso di quello paterno. Era un ufficiale dei moschettieri di Francia, i cosiddetti moschettieri grigi, ma nessuno oggi lo ricorderebbe se non fosse per il personaggio creato da Alexandre Dumas e ispirato alle sue gesta.

Il personaggio del tuo libro è quello storico o quello romanzato di Dumas?

Entrambi. Il nome e la provenienza sono quelli veri, così come per gli altri tre moschettieri amici suoi, Isaac de Porthau, Henri d’Aramitz e Armand d’Athos, ma le sue caratteristiche sono ispirate ai libri di Dumas, che ho letto più volte, prima per piacere e poi per farmi un’idea più precisa.

Qual è il libro che preferisci della saga dei tre moschettieri, che poi erano quattro?

Il più famoso è sen’altro il primo, I tre moschettieri, ambientato ancora sotto il regno di Luigi XIII e il dominio del cardinale Richelieu. Grande successo ebbe anche il seguito, Vent’anni dopo, al tempo della prima rivoluzione inglese del 1649. Ma il mio preferito è il terzo della serie, Il visconte di Bragelonne, che in pochi oggi leggono e da noi è conosciuto anche come “La maschera di ferro”. Qui siamo ormai nel pieno regno di Luigi XIV, il Re Sole dalle mire espansionistiche incontrollabili, e questo lungo romanzo di oltre mille pagine mostra un D’Artagnan invecchiato, più vulnerabile, in qualche modo meno eroe e più umano ed è a questo che mi sono ispirato per il mio racconto.

Dumas scriveva romanzi lunghi, o. Perché tu hai scelto la dimensione più contenuta del racconto?

Dumas scriveva feuilleton, romanzi a puntate per i giornali e i periodici del suo tempo, che non si possono certo paragonare ai romanzi standard di oggi, pensati fin dall’inizio nella loro integrità, scalettati, strutturati e di lunghezza definita solitamente tra le 300 e le 400 pagine per motivi commerciali. Io non riuscirei a scrivere in questo modo, in maniera così organizzata e rispettosa delle regole di narratologia. Per me, una storia inizia quando inizia e finisce quando finisce, scrivo a braccio e poi rileggo più volte. In questo modo, quasi sempre mi escono storie tra le 50 e le 100 pagine.

La dimensione non è voluta, semplicemente il testo finisce quando non ho più nulla da dire su quell’argomento e passo ad altro. In qualche modo, anche Dumas inseriva dei racconti all’interno dei suoi romanzi a puntate: pensiamo, ad esempio, alla storia del bandito romano Luigi Vampa nel Conte di Montecristo, che qualsiasi editor di oggi farebbe togliere da un romanzo strutturato perché svia, e di molto, dalla trama principale. Ma questo era il fascino dei feuilleton, l’improvvisazione, l’inventiva, i colpi di scena.

E l’inventiva e i colpi di scena sono molto presenti nei tuoi scritti?

Certo, sono tutto. La letteratura per me è invenzione e per quanto io ami la storia non scriverò mai dei romanzi storici in senso stretto. Preferisco i thriller storici.

Che differenza c’è tra romanzo storico e thriller storico?

Non c’è una definizione precisa, ma per romanzo storico, oggi, molti si riferiscono alla storia vera narrata in forma di romanzo, con eventi reali e dialoghi inventati. Il thriller storico, invece, è molto più fantasioso, pur ambientato in uno scenario del passato che può essere ricostruito anche con precisione, ma la trama presenta colpi di scena, tanti personaggi inventati, delitti, complotti, e spesso mischia vari generi come il giallo deduttivo, il noir, il thriller, l’avventura, il romanzo picaresco o cavalleresco e nel mio caso anche elementi della letteratura eroicomica del ‘5-600, con gag, situazioni esilaranti, battute scherzose per stemperare le atmosfere cupe e sanguinarie tipiche del thriller.

In breve, di che parlano gli altri racconti del libro?

Sono quattro novelle investigative, cioè gialli deduttivi, tranne l’ultimo, che è più un’avventura bellica al tempo della guerra di Morea alla fine del ’600, lo scontro che vide veneziani e turchi contendersi la Grecia. Quello su D’Artagnan è il racconto più lungo e complesso, ma non è il primo. Il libro si apre con un’indagine del tenente Antonio Migliaccio dei birri di Roma su un misterioso omicidio in cui c’entrano il Santo Uffizio, una setta di medici corrotti e una presunta maga di Piazza Navona. Poi ci sarà anche un’indagine a Civitavecchia, il porto dove vive Albironi, la spia del papa.

Chi è Antonio Migliaccio? E che rapporto ha con la spia del papa?

Migliaccio è l’altro protagonista di quasi tutti i miei scritti. Lui e la spia del papa si conoscono da tempo e a volte indagano insieme, altre volte si alternano, ma sono diversi. Migliaccio è un ufficiale al servizio del governatore di Roma, un acuto birro tutto d’un pezzo che opera alla luce del sole, mentre la spia del papa risponde direttamente al pontefice e alla curia romana, è un agente segreto che agisce nell’ombra e senza troppi scrupoli.

E tu a quale sei più affezionato?

A entrambi. Migliaccio è come vorrei essere, la mia parte razionale; Albironi come non vorrei essere e rappresenta l’istinto, la corruzione, la sopraffazione, ma li amo entrambi. La spia del papa è il tipico personaggio che mi è esploso tra le mani, perché inizialmente doveva essere solo una comparsa in un altro libro, poi si è sviluppato in modo naturale e quasi a mia insaputa. Mi è piaciuto talmente tanto che ben presto l’ho adottato come uno dei protagonisti. Come coppia, sono il poliziotto buono e il poliziotto cattivo o, se vogliamo, il topo di città e il topo di campagna.

Un’ultima domanda. Cosa vorresti pubblicare in futuro?

Ho molte storie nel cassetto, già scritte, e altre ne verranno. Ma la prossima uscita, all’inizio dell’estate, sarà una storia siciliana. D’altronde il clima sarà perfetto per spostarsi sulle coste di Trinacria. Naturalmente sempre ambientata nel Seicento e ci sarà anche la spia del papa, oltre a qualche personaggio autoctono. Narrerà di un bandito siculo in fuga dal governo del viceré, ma avremo modo di riparlarne.