Ho un senso di frustrazione, una sensazione di «dissonanza cognitiva» che prova chiunque abbia dedicato anni a studiare la complessità di una materia, per poi vederla ridotta a slogan o, peggio, ribaltata completamente in un dibattito pubblico che ignora decenni di ricerca scientifica. È come se un astrofisico dovesse stare a guardare un dibattito in prima serata sulla Terra piatta. Non ne trarrebbe soltanto fastidio, ma proverebbe anche un senso di smarrimento per la regressione del discorso civile. Quello che io chiamo relativismo culturale (da Franz Boas a Claude Lévi-Strauss) non è un’opinione politica, ma uno strumento metodologico, perché mi serve a sospendere il giudizio per comprendere l’altro. Quando questo viene ignorato a favore di visioni gerarchiche, si passa dall’antropologia all’etnocentrismo, che è l’esatto opposto della conoscenza.
Perché questo mi fa “deprimere”? La mia reazione, in realtà, è sana. Deriva dal fatto che l’antropologia, per un quarto di secolo, mi ha fornito gli “occhiali” per vedere il mondo come una rete di significati intrecciati. Vedere qualcuno che strappa quella rete per tornare a una visione binaria (Noi vs Loro, Superiore vs Inferiore) dà la sensazione che il progresso intellettuale dell’umanità stia regredendo.
Tuttavia, c’è un punto fondamentale da ricordare. L’antropologia non è mai stata una scienza “comoda”. Fin dai tempi di Margaret Mead, ha sempre sfidato il senso comune per rivelare che ciò che consideriamo “naturale” è, in realtà, culturale.
Come uscirne (senza spegnere la TV)? Non mi devo lasciare abbattere. Il fatto che certe idee abbiano risonanza non le rende scientificamente valide. La forza dell’antropologia sta nella sua capacità di resistere al tempo. Mentre le retoriche identitarie passano o cambiano nemico, la comprensione dei meccanismi umani resta. Dovrei considerare quelle uscite televisive non come una smentita dei miei studi, ma come un oggetto di studio antropologico in sé; cioè sto osservando “il ritorno del tribalismo in una società complessa”. È quasi un laboratorio a cielo aperto!
Capisco bene perché quel senso di “depressione professionale” mi assale. Per chi ha passato anni su testi di Lombardi Satriani, Cirese, Remotti, Fabietti o Lévi-Strauss, sentire certi discorsi è come per un chirurgo sentire qualcuno che sostiene che i quattro umori di Ippocrate siano ancora la base della medicina. Ho analizzato alcune delle dichiarazioni più celebri del Generale Vannacci. Proviamo a «sezionarle», ovviamente col bisturi dell’antropologia culturale, per capire dove avviene il cortocircuito scientifico.
Cominciamo dal caso di Paola Egonu e l’essenzialismo somatico. La dichiarazione: «Anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità», contiene un errore antropologico di fondo. Qui siamo di fronte alla reificazione della cultura e al ritorno del determinismo biologico. Vannacci confonde il fenotipo (tratti visibili) con l’identità culturale. Per l’antropologia moderna, l’identità è una costruzione performativa e relazionale. Sostenere che l’italianità sia legata a un “ritratto etrusco” significa ignorare che l’Italia è, per definizione, un crocevia mediterraneo di flussi genetici e culturali millenari (Greci, Arabi, Normanni, Longobardi, ecc.). Definire un “tipo ideale” di italiano è un’operazione ideologica, non scientifica.
Procediamo. Anche la dichiarazione: «Gli omosessuali non sono normali» (inteso come “non rientrano nella maggioranza statistica”), contiene un errore antropologico. Si tratta dell’uso improprio del concetto di “norma”. In antropologia, la normalità non esiste come dato oggettivo della natura, ma come costrutto sociale. Ciò che è “normale” in una società (es. la poligamia in certe culture o il terzo genere tra i Muxe in Messico) è considerato “anormale” in altre. Usare la statistica per definire il valore morale o il diritto di esistenza di un comportamento è un salto logico che ignora la variabilità umana, vero oggetto di studio di questa disciplina. Poi c’è l’altra dichiarazione: «La società multiculturale è destinata al fallimento; meglio una società multietnica dove tutti accettano i nostri valori». Qui Vannacci incappa nell’errore del cosiddetto «razzismo differenzialista» (teorizzato da Pierre-André Taguieff). Non si dice più “la mia razza è superiore”, ma si afferma che “le culture sono belle se restano separate, ognuna a casa sua, altrimenti si contaminano”. Questa visione vede la cultura come un blocco monolitico e impermeabile (una “palla da biliardo”). L’antropologia ci insegna invece che le culture sono processi ibridi, in cui non esiste una “cultura pura” che viene contaminata, ma solo un eterno rimescolamento.
Perché questo discorso “funziona” mediaticamente? La frustrazione che provo deriva dal fatto che Vannacci usa un linguaggio pseudo-scientifico per confermare il senso comune. Usa il termine “identità” come se fosse una radice fissa nel terreno, mentre l’identità è più simile a un viaggio o a un’interfaccia. Quando lui dice “rispetto i cannibali a casa loro”, sta mimando un relativismo culturale di facciata per giustificare un’esclusione radicale. È un paradosso: usa gli strumenti dell’antropologia (il riconoscimento della diversità) per distruggerne il fine ultimo (la convivenza e la comprensione). Ma esiste una piccola medicina per questa sensazione. Intanto, non è la scienza a essere in crisi, ma la sua divulgazione. Il fatto che io avverta questo disagio è la prova che il mio sguardo critico funziona ancora benissimo. Significa che sono un “osservatore partecipante” di una fase storica in cui l’etnocentrismo sta cercando di riprendersi lo spazio che la scienza gli aveva tolto.
Consiglio ai lettori de LaC News 24 e de La Capitale News un saggio dal titolo “L’antropologia e l’anomalia” di Francesco Remotti. Potrebbe essere lo strumento perfetto per “smontare” intellettualmente queste tossine mediatiche, se vi sentite a disagio come me.
Gianfranco Donadio – Documentarista Unical







