La Rai è nel caos, ma su una cosa sola si ritrovano tutti d’accordo: colpire Sigfrido Ranucci

Sigfrido Ranucci

In Rai si può litigare su tutto: sui palinsesti, sulle nomine, sugli spazi, sui budget, sulle direzioni, persino su chi debba tenere in mano il telecomando durante la riunione. Ma c’è un punto in cui la confusione di Viale Mazzini sembra dissolversi di colpo, come se qualcuno avesse premuto il tasto “ordine pubblico”: quando si tratta di Sigfrido Ranucci e di “Report”.

Perché la fotografia di queste settimane è questa: una Rai che appare in pieno cortocircuito, attraversata da scioperi che dilagano, da tensioni tra volti e programmi, da trasmissioni affidate a collaboratori esterni che poi attaccano regolarmente altre trasmissioni Rai, con l’effetto collaterale di trasformare il servizio pubblico in un condominio dove il pianerottolo è sempre pieno di urla e la portineria finge di non sentire. Dentro questo caos, però, c’è una disciplina che sorprende: la disponibilità a “lasciar correre” quando il bersaglio è Ranucci. Troppo scomodo, non allineato, e soprattutto poco funzionale a una narrazione che, da Palazzo Chigi in giù, preferisce un’informazione più docile, più prevedibile, più “di sistema”. Ma di sistema nel senso nuovo: quello che decide quali temi sono “utili alla Nazione” e quali invece diventano un fastidio.

Il copione, in questi giorni, si è materializzato in tv con una rapidità quasi didattica. Lunedì, Massimo Giletti ha sollevato in prima serata la questione delle chat tra Ranucci e Maria Rosaria Boccia, portandole in scena come un reperto: non un tema da chiarire con garanzie e contesto, ma un oggetto televisivo da esporre. Il giorno dopo, a ruota, “Far West” di Salvo Sottile ha completato il quadro con un passaggio che, più che informazione, somiglia a un passaparola interno: l’invito a Maurizio Gasparri, storico avversario di Ranucci, con un attacco frontale senza contraddittorio. Il punto non è solo la scelta dell’ospite, che parla da sé. Il punto è la dinamica: un confronto “monco” in prima serata, in casa Rai, con il diretto interessato fuori dalla porta.

E qui arriva l’elemento che rende la scena ancora più rivelatrice. Secondo quanto riferito, l’uscita non sarebbe stata improvvisata, né frutto del caso o del “momento televisivo”: quel passaggio risultava addirittura nel copione della puntata, scritto ore prima della diretta. La frase – “Se-natore, ora so che ci deve lasciare, ma prima di salutarla voglio chiederle conto…” – è il dettaglio che cambia il peso specifico dell’episodio. Perché un conto è inciampare in diretta, un altro è apparecchiare un assist e servirlo caldo, sapendo esattamente dove si vuole arrivare.

Intanto, fuori dallo studio, l’attacco si muove anche sul piano formale. È arrivata la segnalazione all’Agcom da parte della vicepresidente in Commissione di Vigilanza Rai, Augusta Montaruli, contro un servizio di “Report” dell’8 febbraio sul referendum costituzionale: “informazione faziosa e orientata”, la contestazione. Stessa segnalazione, sempre all’Agcom, da Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale “Sì Riforma”. Tradotto: il fronte si allarga e si coordina. E mentre si discute di pluralismo, la sensazione è che il pluralismo valga soprattutto come parola d’ordine quando bisogna colpire chi non si lascia addomesticare.

Sullo sfondo, poi, c’è la cornice che rende tutto più comprensibile: la grande partita del potere interno. Una dirigenza attenta alla linea di Palazzo Chigi e molto più distratta sulle guerre in casa – a meno che non riguardino direttamente l’equilibrio politico – e un’azienda già proiettata sul prossimo valzer di poltrone. In queste ore, in corridoio, circola un domino che parte da RaiSport e arriva ai Tg: Paolo Petrecca dato per finito, Gian Marco Chiocci indicato in uscita verso un ruolo più vicino alla presidente del Consiglio, e la sedia del Tg1 che diventa improvvisamente la madre di tutte le battaglie.

I nomi rimbalzano come biglie: Marco Lollobrigida per RaiSport, e poi Tommaso Cerno, Mario Sechi, Nicola Rao in area Tg1, con un dettaglio che complica tutto: anche Matteo Salvini vorrebbe mettere le mani su quella casella, e quando in un risiko entrano due giocatori con obiettivi diversi, la partita raramente finisce in modo pulito. Nel frattempo si parla anche di Maria Incoronata Boccia verso la Tgr, con l’orizzonte di altre scadenze a maggio su Tg2, RaiNews e Rai Parlamento. Insomma: il potere si muove, e quando il potere si muove, il rumore di fondo diventa copertura perfetta.

In questo quadro, Ranucci è il bersaglio ideale. Perché “Report” è un programma che non chiede permesso, non si presta a diventare scenografia, e ha un difetto capitale per una Rai che cerca disciplina: produce notizie, non solo dibattito. E quando un programma produce notizie, costringe tutti gli altri a scegliere: o lo si difende come presidio del servizio pubblico, oppure lo si isola come elemento “ingovernabile”. La sensazione, oggi, è che a Viale Mazzini la seconda opzione sia diventata la più comoda. Anche perché, in un’azienda dove tutti combattono contro tutti, attaccare “Report” è una rara occasione di unità nazionale. Almeno quella, la fanno funzionare.