Appena passato San Valentino, quando il calendario impone cuori rossi e promesse in saldo, c’è subito qualcuno che arriva a rovinare la scenografia. Questa volta lo fa la neurologia, con il professor Piero Barbanti, direttore dell’Unità per la Cura e la Ricerca su Cefalee e Dolore dell’Irccs San Raffaele di Roma e ordinario di Neurologia all’Università San Raffaele. Il suo messaggio, nella festa più simbolica e più commerciale del sentimento, è un colpo al petto per gli innamorati: “L’amore non esiste”.
Non è cinismo, è un cambio di prospettiva. Per Barbanti l’errore sta già nel singolare: “Non esiste ‘l’amore’. Esistono gli amori: per il partner, per i figli, per gli amici, per gli altri, per la natura, per gli animali. Una geografia affettiva che attraversa il cervello e la storia evolutiva della specie”. Insomma: non una sola fiamma eterna, ma un atlante di legami, con circuiti diversi e funzioni diverse.
La parte che fa più rumore, però, è quella che trasforma Cupido in un meccanismo di sopravvivenza. “L’amore nasce come impulso primario, necessario alla sopravvivenza, l’istinto a restare uniti, l’irrinunciabilità dell’altro. Non è una sovrastruttura romantica: è un programma inscritto nel sistema nervoso”. Detto così, San Valentino sembra un aggiornamento di sistema: carino, ma inevitabile.
E quando ci si innamora, spiega Barbanti, non è solo poesia: è chimica che alza la voce. “Quando ci innamoriamo – dice Barbanti – nel cervello si scatena una tempesta neurochimica”. L’ipotalamo rilascia sostanze che “spiegano anche il cosiddetto ‘mal d’amore’”: aumenta la dopamina, che genera euforia; cresce il nerve growth factor, associato al romanticismo; si innalza l’ossitocina, legata all’attaccamento; mentre la serotonina “fluttua, contribuendo alla componente di pensiero ricorrente tipica dell’innamoramento”. Poi l’accostamento che spiazza e, proprio per questo, resta in testa: “Per certi versi, i circuiti coinvolti somigliano a quelli delle dipendenze. Non è un caso che l’innamoramento abbia qualcosa di febbrile, di eccessivo, di leggermente irrazionale”.
Ma per Barbanti l’amore non si esaurisce nella passione, e qui la scienza smette di fare la guastafeste e prova a rimettere ordine nel caos sentimentale. Dal punto di vista neuroscientifico, amare significa anche dedizione e coraggio: “Amare significa esporsi, essere disposti al sacrificio – sottolinea il neurologo – questo processo si associa a una modulazione dell’attività dell’amigdala, l’area cerebrale legata alla paura”. È un passaggio che porta con sé una distinzione netta, quasi una riga tracciata col bisturi: “È un dato che aiuta a distinguere con chiarezza ciò che amore non è: gelosia patologica, stalking e violenza non hanno alcuna radice nel vero legame affettivo. L’amore vero non distrugge, non possiede, non annienta. Protegge”.
Il discorso si sposta poi su una domanda inevitabile, nel tempo delle relazioni sempre connesse ma spesso poco presenti: può nascere amore senza presenza? Barbanti concede che un legame possa resistere alla distanza, ma sull’inizio è più scettico: “Se la storia dimostra che un legame può sopravvivere alla distanza – sostiene Barbanti – è difficile immaginare che possa nascere senza contatto, vicinanza, scambio reale. Il cervello umano riconosce l’amore attraverso la prossimità, la condivisione sensoriale, l’esperienza reciproca”.
E qui entra l’ultima provocazione, quella più contemporanea: l’idea di un “amore sicuro” offerto dall’intelligenza artificiale, senza conflitti, senza rischio, senza imprevedibilità. Per Barbanti è un’ipotesi che cozza con la fisiologia stessa del legame: “L’essere umano ama ciò che non può possedere totalmente, ciò che conserva una quota di mistero e alterità. Un profilo perfettamente programmato non può generare quell’elemento di imprevedibilità che il cervello riconosce come autentico legame”. E aggiunge una formula che, nel giorno dei cuori, suona quasi come una sentenza contro la sostituibilità a cui ci stiamo abituando: “Se vale la pena correre il rischio dell’amore? In un mondo che pretende controllo e prevede alternative per tutto – conclude il neurologo – l’amore resta l’unica dimensione che continua a sottrarsi alla logica della sostituibilità”.







