Tra politica e accademia: il caso Di Maio e il peso dei simboli

La nomina di Luigi Di Maio a professore onorario presso il King’s College London ha suscitato reazioni contrastanti in Italia. Tra ironie, critiche e difese d’ufficio, il dibattito si è rapidamente polarizzato. Forse vale la pena riportarlo su un piano più razionale.

Il punto preliminare è chiarire cosa significhi “onorario”. Non si tratta di una cattedra ottenuta tramite concorso, né di un riconoscimento accademico legato a titoli di studio o produzione scientifica. È, piuttosto, un conferimento simbolico che le università attribuiscono a personalità che, per esperienza o ruolo, possano offrire un contributo di testimonianza e prestigio.

Sotto il profilo formale, dunque, non vi è alcuna anomalia. Le università di tutto il mondo conferiscono titoli onorari a ex capi di Stato, ministri, diplomatici, imprenditori e figure pubbliche che hanno avuto un ruolo significativo nelle istituzioni.

Il tema, tuttavia, non è giuridico ma culturale.

In Italia il rapporto tra politica e competenza è da tempo oggetto di discussione. La figura di Di Maio, che ha ricoperto incarichi di primo piano – dalla vicepresidenza della Camera al Ministero degli Esteri – è stata fin dall’inizio accompagnata da un dibattito acceso sul tema della formazione e del merito.

Per questo la nomina londinese assume un valore simbolico che va oltre il singolo episodio. Interroga il modo in cui il potere politico viene percepito rispetto al sapere accademico. È sufficiente l’esperienza istituzionale per legittimare un riconoscimento universitario? Oppure il mondo accademico dovrebbe mantenere criteri distinti, legati alla produzione culturale e scientifica?

Non si tratta di negare il rilievo degli incarichi ricoperti né di ridurre la discussione a sarcasmo. Si tratta piuttosto di riflettere sul messaggio che simili conferimenti trasmettono, soprattutto in un Paese in cui migliaia di giovani investono anni di studio, spesso in condizioni precarie, per costruire un percorso accademico.

Il titolo onorario non equipara un politico a un professore di ruolo. Ma il valore simbolico delle parole conta. E quando si parla di università, il linguaggio non è mai neutro.

La questione non riguarda una persona sola. Riguarda il rapporto tra potere, merito e riconoscimento pubblico. Un tema che merita di essere affrontato con equilibrio, senza pregiudizi ma anche senza indulgenze.

Perché le istituzioni accademiche, come quelle politiche, vivono di credibilità. E la credibilità è fatta soprattutto di coerenza tra simboli e sostanza.