Tra sogno, memoria e teatro: l’omaggio di Guadagnuolo a Valentino e il riflesso di Rosso di San Secondo

L’opera di Francesco Guadagnuolo dedicata a Valentino

La scomparsa di Valentino Garavani, nato l’11 maggio 1932 a Voghera (Pavia) e morto a Roma il 19 gennaio 2026, ha attraversato il mondo della moda come un silenzio improvviso, elegante, quasi coreografato. Un silenzio che somigliava all’ultimo fruscio di un abito di seta dietro le quinte. Eppure, la sua figura non è scivolata nel passato: continua a vivere come mito, come linguaggio estetico, come promessa di bellezza. È in questo spazio sospeso tra memoria e visione che si colloca l’opera di Francesco Guadagnuolo: “Valentino: l’eredità del rosso e il sogno che continua” (in tecnica mista e collage).

Guadagnuolo, fedele alla sua ricerca transrealista, non dipinge non solo un ritratto né un ricordo. Dipinge un sogno. Un sogno fatto di luce morbida, di tessuti che si liberano dalla materia, di forme che fluttuano come anime gentili. Gli abiti immaginati da Valentino non hanno più bisogno di un corpo: vivono di vita propria, diventano presenze, spiriti tessili che ascendono verso un’aureola dorata, custode dell’essenza del loro creatore. La scena è un palcoscenico sospeso tra cielo e memoria, dove la luce non illumina ma accarezza, e le ombre non nascondono ma proteggono. È un teatro dell’anima.

E proprio in questo teatro sospeso si apre un dialogo inatteso ma naturale con l’opera teatrale Tra vestiti che ballano (del 1927) di Pier Maria Rosso di San Secondo. Non è un accostamento forzato: è una risonanza. Entrambi gli autori Rosso di San Secondo (1887/1956) e Guadagnuolo, nati a Caltanissetta, condividono una sensibilità che trasforma il reale in simbolo, l’oggetto in presenza, il vestito in personaggio. Nel dramma di Rosso, gli abiti sono entità vive, specchi dell’inconscio. Nell’opera di Guadagnuolo, gli abiti di Valentino assumono la stessa autonomia poetica: non rappresentano, ma raccontano; non decorano, ma custodiscono; non imitano, ma continuano a vivere.

È come se, a distanza di un secolo, due artisti nisseni s’incontrassero in un altrove onirico, un cielo che somiglia a un set fotografico e a un paradiso della memoria. Un luogo dove Rosso riconosce negli abiti fluttuanti ciò che aveva intuito nel suo teatro, e Guadagnuolo raccoglie quell’eredità simbolista per tradurla nella pittura contemporanea. Un incontro ideale, sentimentale, quasi necessario.

In questo spazio sospeso, gli abiti di Valentino non sono ricordi: sono figli fedeli che gli girano intorno, lo sfiorano, lo salutano. Ogni piega, ogni ricamo, ogni vibrazione di rosso sembra dire: non sei andato via. Il rosso, poi, è il cuore pulsante del dipinto. Non domina la scena, la anima.

Vibra come un ricordo che non vuole svanire, come un battito che continua oltre la vita. È il rosso che Valentino ha consegnato al mondo, trasformandolo in emozione, architettura, identità.

Così, nell’opera di Guadagnuolo, la pittura diventa scena, la moda diventa racconto, il teatro diventa immagine, e l’immagine diventa un modo per non dire addio. L’omaggio non chiude, ma apre. Non celebra, ma interpreta. Non guarda indietro, ma in avanti, dove il rosso di Valentino continua a risplendere come una promessa che non smette di chiamare.

Perché ricordare Valentino significa accettare che certi sogni non finiscono. Cambiano forma. Si trasformano. Continuano a brillare. E in quel cielo dove gli abiti danzano, dove gli artisti si riconoscono senza essersi mai incontrati, dove la bellezza non muore ma cambia forma, Valentino è ancora lì. È ovunque. È nel rosso che non smette di vivere.