Il confine, questa volta, si attraversa per un motivo molto semplice: risparmiare sul pieno. E il paradosso è che oggi a farlo non sono soltanto gli italiani diretti verso la Svizzera, come accadeva un tempo, ma anche frontalieri e cittadini ticinesi che scelgono i distributori della Penisola. La crisi della benzina al confine sta infatti ribaltando equilibri che sembravano consolidati, trasformando il Ticino da terra di convenienza a territorio in sofferenza.
A innescare questo effetto è stato il taglio delle accise deciso dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e prorogato fino all’1 maggio. In una fase già segnata dai rincari provocati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, lo sconto di 25 centesimi al litro ha reso il carburante italiano decisamente più competitivo rispetto a quello ticinese. E in un momento in cui ogni centesimo pesa, il risultato si è visto subito: il pieno si fa dove costa meno. Oggi, per molti, quel posto è l’Italia.
Il taglio delle accise cambia i flussi della benzina al confine
Per i benzinai del Canton Ticino è una mazzata che arriva su un terreno già fragile. Le stazioni di servizio vicino alla frontiera erano da tempo penalizzate dal franco forte, che aveva già ridotto l’attrattiva della Svizzera per gli automobilisti italiani delle province di Como, Varese, Sondrio e Verbano-Cusio-Ossola. Ora però la situazione si è aggravata, perché il differenziale di prezzo si è allargato fino a rendere conveniente il percorso inverso.
Secondo quanto lamentano gli operatori ticinesi, il carburante in Italia costa oggi dai 20 ai 25 centesimi in meno al litro. Una forbice sufficiente a spostare abitudini consolidate. Se prima molti frontalieri facevano rifornimento in Svizzera per comodità o per consuetudine, adesso tornano a fare benzina in Italia. E la novità più pesante è che anche gli svizzeri cominciano a fare la stessa scelta.
È questo il dettaglio che fotografa meglio la crisi: non siamo più davanti a una semplice concorrenza di confine, ma a uno spostamento netto dei consumi che svuota i distributori ticinesi e rafforza quelli italiani.
I benzinai ticinesi chiedono aiuto a Berna
L’allarme lanciato dai gestori oltreconfine è chiarissimo. Il timore è di essere travolti da una situazione che rischia di diventare insostenibile se dovesse protrarsi. I distributori del Ticino, già messi alla prova da anni complicati, vedono adesso erodersi anche quella clientela locale che dovrebbe rappresentare la loro base più solida.
La richiesta che sale dal Cantone è quella di un intervento del governo federale. Il problema, però, è che in Svizzera la tradizione di intervento pubblico su questi fronti è molto più limitata rispetto a quella italiana. E infatti anche tra gli stessi operatori prevale lo scetticismo. La sensazione è che Berna difficilmente si muoverà con la stessa rapidità o con la stessa decisione mostrata da Roma sul fronte delle accise.
Nel frattempo, però, i conti si fanno ogni giorno più difficili. E il rischio, per molte stazioni di servizio, è di trovarsi strangolate tra prezzi poco competitivi, margini ridotti e un flusso crescente di clienti che sceglie di fare pochi chilometri in più pur di risparmiare.
Dal pendolarismo della spesa a quello della benzina
Il Ticino conosce bene il cosiddetto pendolarismo della spesa. Da anni molti residenti guardano alle province italiane di confine per acquistare beni di consumo a prezzi più bassi. Ora a questo fenomeno se ne aggiunge un altro, altrettanto insidioso: il pendolarismo della benzina.
È un colpo ulteriore per un tessuto economico già delicato. Il Canton Ticino, da tempo, vive una condizione più fragile rispetto ad altre aree della Confederazione. E se si allarga anche il fronte del carburante, il rischio è quello di accentuare ulteriormente la perdita di competitività del territorio.
In questo quadro, il pieno oltreconfine non è più soltanto una scelta individuale di convenienza. Diventa un indicatore economico. Racconta dove si sta spostando il potere d’acquisto, segnala quali aree riescono ad assorbire meglio gli shock sui prezzi, mostra quanto i confini, in tempi di crisi, possano cambiare direzione nel giro di pochi mesi.
Un mondo capovolto per i distributori del Ticino
C’è poi un aspetto quasi simbolico in questa vicenda. Per decenni, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, possedere un distributore a Chiasso o a Mendrisio era considerato un affare d’oro. Gli italiani salivano fino in Svizzera per fare benzina, e già che c’erano acquistavano sigarette, cioccolato e altri prodotti gravati da accise più pesanti nella Penisola.
Oggi quel mondo sembra rovesciato. Il vantaggio competitivo si è spostato dall’altra parte. E chi fino a ieri attirava clienti dal confine ora li perde. È un ribaltamento che pesa non solo sui conti, ma anche sulla percezione di un’intera area che si ritrova improvvisamente meno forte, meno conveniente, meno centrale.
La crisi del carburante al confine tra Italia e Ticino, dunque, non è solo una storia di prezzi. È il racconto di un equilibrio spezzato. E se la situazione internazionale dovesse continuare a tenere alta la tensione sui mercati energetici, per i benzinai ticinesi il rischio è che questo “mondo al contrario” non sia una parentesi, ma l’inizio di una nuova normalità.







